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  Arch. GIUSEPPE GENTILI
  62028 Sarnano (MC)
  Frazione Terro 350/a
  Tel 0733 657062
  Fax 0733 657062
  Email: info@architettogentili.it
  P.Iva: 01270950437





Architetto Giuseppe Gentili

Opere: Restauri


In teoria il restauro architettonico dovrebbe essere un’operazione molto semplice, poiché in definitiva basterebbe nella maggior parte dei casi, “riportare a come era prima”, consolidare, ripulire, ritrovare, far rifunzionare, ripitturare il manufatto, così come esso poteva essere, senza tanti interventi cervellotici.

In realtà i professionisti che intervengono nelle opere di restauro, tentano sempre un confronto con l’edificio, operando una sorta di competizione, affinché attraverso questo intervento si possa lasciare un segno personale riconoscibile che vivrà nel tempo insieme all’edificio.

Può succedere quindi che si interpretino forme e spazialità non come esse dovevano e potevano essere al momento della costruzione , ma come al professionista piacerebbe che fossero state, a prescindere dalla storia e quindi dalla realtà. Così si tolgono gli intonaci ad edifici nati per loro natura ed epoca con l’intonaco, si ricostruiscono muri in pietra o mattoni a faccia vista in parti improprie dell’edifico, si colorano le superfici con colori non originali, ma con quelli più in voga al momento del restauro e al di fuori di ogni contesto, poi si innestano i più disparati materiali nell’edificio storico quali vetro, acciaio, leghe superesistenti ed ultramoderne in nome di una conservazione maniacale o di una modernità estremamente soggettiva.

Per esempio, in molti centri storici, si vedono facciate di edifici in parte intonacate in parte in pietra o mattoni faccia vista, dove l’unità formale, irrinunciabile per ogni tipologia architettonica e per ogni epoca, viene completamente stravolta; è come se un corpo umano andasse in giro in parte senza pelle, con i tessuti muscolari in vista, nessuno sosterrebbe che tale modo sia esteticamente accettabile a prescindere da ogni altra considerazione.

Troviamo soffitti realizzati all’origine con travi in legno e pianellato sommariamente decorato o semplicemente tinteggiato, che vengono ripuliti con sistemi meccanici o sabbiatura ed il tutto lasciato a faccia vista come se si trattasse di soffitta, magazzino o vecchia stalla, senza rendersi conto che gli ambienti abitativi erano tutti rifiniti, tinteggiati e dignitosamente curati.

Si demoliscono edifici, che poi vengono ricostruiti “uguali a prima e con gli stessi materiali” come se la cosa fosse normale, anzi si sostiene che sia migliorativa per l’aumento della superficie utile data la riduzione dello spessore dei muri e quindi con più spazio utilizzabile, e per una maggiore sicurezza strutturale, tutto vero ma si tratta di un altro edificio e non di quello originale.

Si conservano a tutti i costi parti di travi o capriate in legno anche non decorate, che potrebbero essere tranquillamente sostituite integralmente con altre in legno senza alterare in alcun modo la tipologia strutturale, intervenendo con resine o fibre ultraresistenti, le quali sarebbero più indicate per le astronavi e non per una capriata o una trave in legno. Non parliamo poi dell’inserimento nelle vecchie murature di cordoli o solai in calcestruzzo armato, che sono stati la causa principale dei crolli delle murature storiche.

Questa varia casistica di intervento è presente in molta parte del restauro architettonico sia nelle opere relative alla piccola casa rurale sia per l’edificio storico pubblico, che per il palazzo nobiliare; tali scelte progettuali non hanno nessun’altra spiegazione se non quella che dipendono esclusivamente dalla mancanza di sensibilità del professionista incaricato del restauro, anzi per essere più chiari a volte è conseguenza dell’ ignoranza dello stesso.

Tutto quello fin qui detto non significa che il restauro debba mantenere inalterate in ogni caso, forme e funzioni dell’edificio storico, poiché se vogliamo che questo sopravviva nel tempo per essere trasmesso alle future generazioni, dobbiamo adeguarlo alle necessità funzionali dell’ attualità con conseguenti modifiche adatte a renderlo vivibile e staticamente sicuro , ma questo deve avvenire con molta prudenza e senza integrazioni eccessivamente invasive poiché si rischia di snaturarne la tipologia storica con conseguente perdita di valore culturale.

In alcuni casi però troviamo edifici storici che per la loro stessa natura non possono essere riconvertiti, quindi vanno restaurati così come sono, lasciandoli inalterati e con le caratteristiche con le quali sono giunti a noi, operando in questi edifici mediante interventi di sola e fredda conservazione, come se fossero reperti archeologici da porre in museo. Questo sistema ci permette anche di poter intervenire in futuro con ulteriori opere di restauro, poiché tutto quello che è stato ritrovato rimane inalterato, ma messo in sicurezza dalla corruzione del tempo.


Chiese

San Costanzo, Poggio San Ginesio (MC)

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RELAZIONE DI RESTAURO SULLA CHIESA DI SAN COSTANZO (San Ginesio)

     Nei primi mesi dell'anno 1998, il parroco Don Luigi Verolini mi chiese di provvedere alla redazione del progetto di restauro necessario alla concessione di fondi dopo il terremoto del settembre del 1997.
     Già da qualche anno avevo iniziato, con Don Luigi, un’ analisi dell'edificio con lo scopo di intervenire con opere di consolidamento e di ripulitura da sovrastrutture che si erano andate accumulando negli anni addosso alle murature della chiesa.
     Il terremoto accelerò i tempi, anche perché le scosse sismiche produssero e accentuarono molte lesioni nelle murature portanti, tanto che la chiesa fu dichiarata inagibile.
     Prima dei restauri questo edificio si presentava in maniera molto diversa: nel ‘700 fu ricostruita una parte della facciata ovest compreso il piccolo campanile a vela, a causa di un terremoto, esternamente le varie cosiddette superfetazioni, usate come garage, cantine, logge, ecc, avevano abbondantemente nascosto la forma della chiesa, (foto 1-2) tanto che non si individuavano più gli elementi costituenti il complesso, torre compresa.
     Internamente la chiesa si presentava come un’ aula ad un unico livello quello dell’attuale navata, con l’ingresso posto ad est e l’altare ad ovest, e la copertura a capriate. La parte presbiteriale era caratterizzata da una piccola volta in camera a canne, delimitata da un arco trionfale , (foto 3) addossato ad un muro che delimitava la sacrestia. Il pavimento risultava in Klincher rosso.
     Le pareti delimitanti la navata, come si può vedere tutt’ora, sono definite da una serie di archi a sesto acuto con imposte dell’arco, decorate con modanature in pietra arenaria, con diversa fattura e motivi fitomorfi.
     Le imposte delle arcate laterali al vecchio ingresso, si presentavano e sono tutt’ora a quote diverse rispetto alle altre della navata
     Le pareti della navata risultavano intonacata mentre i piedritti delle arcate erano in pietra arenaria a faccia vista.
    Il terremoto del 1997 aveva prodotto varie lesioni alle pareti portanti, alcune sull’arco trionfale, ed alcune, notevoli, specialmente sulle pareti laterali in corrispondenza del vecchio ingresso, sul est.
     Prima di procedere al progetto di restauro ed eseguire un buon restauro, buon restauro vuol dire non fare più danni del tempo o del terremoto, furono eseguiti puntuali rilevi dello stato attuale, e furono analizzati singolarmente tutti gli elementi architettonici e distributivi costituenti l’edificio e confrontati con le tipologie storiche architettoniche conosciute. Da questa analisi emersero varie dissonanze, con la documentazione storica dell’edificio quali ad esempio: (>planimetria)
     1) l’esatto orientamento della navata est-ovest, con l’altare che invece era posto in direzione ovest e non est, come avrebbe dovuto essere, essendo la chiesa Benedettina, secondo l’identificazione di Padre Pagnani, uno studioso Francescano della zona;
     2) la diversità di imposta tra le varie arcate della navata e l’interruzione della modanatura in pietra, che corre lungo le pareti laterali, ( come potete vedere);
     3) la monofora chiusa sulla facciata est dove era l’ingresso della chiesa, con sopra un’altra finestra quadrata (foto 4);
     4) la presenza di una porta murata sulla facciata ovest, della quale se ne identificava soltanto la soglia e la dimensione dell’ apertura. (foto 5).
     5) la presenza di un vano posto sul lato sud, con le rilevanti dimensioni delle sue murature, presenza evidenziata dal rilievo planimetrico dal quale risultavano anche due nicchie murate sulla parete a contatto con la navata poste su i due piani in cui era diviso il vano mediante un solaio in latrerocemento;
     6) ed altri vari segni.
     Mettendo insieme tutti questi elementi, si ipotizzò, ma con molte certezze a favore, che nella chiesa originaria ci doveva essere la cripta, e quindi, prima di eseguire altri lavori, si decise di scavare nel posto dove avrebbe dovuto essere una delle scale per il vano ipogeo, dato che tipologicamente le scale per le cripte sono poste sempre nella stessa posizione.
     Inoltre lo scavo sotto al pavimento era comunque necessario per ricucire le lesioni presenti nei muri delle pareti laterali all’ingresso, che si intuiva proseguivano oltre il livello del pavimento stesso, per questo bisognava comunque scendere fino alla fondazione.
     Così fu, e appena sotto alle mattonelle in Klincher del pavimento venne alla luce il primo gradino in arenaria della scala d’ingresso alla cripta. (foto 6-7) non solo, questa era una scala in arenaria, splendidamente conservata.
     In circa una quindicina di giorni, mediante uno scavo stratigrafico con la supervisione della Soprintendenza Archeologica di Ancona, il vano della cripta fu liberato dalla maceria con la quale era riempito. Contemporaneamente dall’interno del vano della torre, dopo aver liberato anche qui il pavimento da terriccio vario, fu riaperta la porta che conduceva alla cripta.
     Arrivati al livello più basso del vano cripta, furono scoperte diverse sepolture, le quali interrompevano la pavimentazione in lastre di pietra arenaria ed andavano oltre il livello sottostante dove era presente un pavimento in cocciopesto, che in corrispondenza delle sepolture ovviamente era stato rimosso. Queste sepolture presentavano una particolarità e cioè in corrispondenza del capo era presente un coppo in terracotta del tipo di quelli di copertura il quale proteggeva la testa dalla terra di sepoltura posta sul resto del corpo (foto 8-9-10).
     Dopo l’euforia della scoperta, il vano cripta, ora poneva un difficile problema di metodologia di restauro, cosa fare !!!!, un intervento conservativo passivo della sola cripta, e lasciare tutto il resto come era, oppure un restauro stravolgente, nel vero senso della parola, restauro attivo che coinvolgesse il vano e ritornasse ad essere parte rilevante e tipologica della chiesa;
     Il restauro stravolgente avrebbe comportato ovviamente il ribaltamento totale delle funzioni della chiesa attuale, riproponendo il presbiterio rialzato l’orientamento ad est e l’ingresso ad ovest. Questa topologia di restauro, questo procedimento, con interventi tanto radicali, non era e non è, né usuale, né tantomeno ammesso da qualsiasi Soprintendenza ai Monumenti d’Italia.
     Comunque proposi ai Beni Culturali della Regione Marche e alla Soprintendenza ai Monumenti di Ancona di realizzare un restauro stravolgente, con il consenso anche del Parroco Don Luigi Verolini.
     Il progetto, dopo alcune discussioni e approfondimenti per niente semplici, fu accettato e iniziammo i lavori per il rovesciamento del complesso e la ricostruzione del presbiterio rialzato.
     Si decise anche di non porre in opera alcun pavimento nella navata in modo da permettere in futuro ulteriori interventi di scavo e di analisi.
     La demolizione delle superfetazioni esterne per liberare sia la torre che parte della edificio chiesa, è stato l’intervento più semplice e privo di qualsiasi effetto secondario.
     A questo punto altre decisioni importanti dovevano essere prese, la cripta in che modo doveva proporsi e interferire con la funzionalità della chiesa, che comunque doveva essere assicurata, varie erano le soluzioni, una soluzione era quella di effettuare un restauro integrativo delle parti mancanti e ridare un aspetto originario al vano, sistema molto più conosciuto nei restauri di edifici storici, oppure porre in atto solo interventi di sola e fredda conservazione, volti unicamente alla sicurezza statica ed alla possibilità di fruizione, lasciare tutto il resto inalterato come se fosse un reperto archeologico da porre nel museo, e tramandare così una struttura protetta dalla corruzione del tempo ma integra nella sua specificità storica con molte possibilità di studio per il futuro.
     Con l’architetto Salvati della Soprintendenza di Ancona, scegliemmo questa soluzione, pertanto gli interventi nel vano cripta furono finalizzati alla stretta conservazione e fruibilità, senza alcuna integrazione, a parte il solaio in legno, il risultato che si è ottenuto, e la sensazione che si avverte entrando all’interno del vano cripta ma anche nell’intero complesso navata e torre, conferma l’esattezza della scelta fatta.
     In conclusione, nel suo insieme, questo restauro del patrimonio storico-artistico, si pone come metodologia un po’ particolare e forse rara, poiché non è un restauro classificabile nel conservativo-passivo o conservativo-attivo, come di solito si definiscono sommariamente questi interventi, ma è risultato un insieme perfettamente funzionante: la chiesa assolve pienamente alle sue funzioni ed in più ha riacquistato una parte fondamentale della sua storia, la cripta; nello stesso tempo la cripta è un esempio di restauro passivo, anzi possiamo dire di musealizzazione, ma di nuovo inserita e parte integrante di un complesso architettonico storico che è attualmente vivo.

Arch. Giuseppe Gentili




Sant'Agostino, Sarnano (MC)

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Santa Maria in Selva, San Ginesio (MC)

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San Giacomo, Camerino (MC)

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S.S. Salvatore, Frazione Terro, Sarnano (MC)

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Edifici privati

Castello Roccacolonnalta, San Ginesio (MC)

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Collegio Bongiovanni, Camerino (MC)

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Collegio Immacolata, Camerino (MC)

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Monte San Martino (MC)

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Sarnano (MC)

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Penna San Giovanni (MC)

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Edifici pubblici

Teatro Comunale, Sarnano (MC)

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Palazzo del popolo, Sarnano (MC)

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Logge del mercato ottocentesco, Sarnano (MC)

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Palazzo Marconi, Monte San Martino (MC)

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Sala Congressi, Abbadia di Fiastra, Tolentino (MC)

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Porta Pesa e Porta Brunforte, Sarnano (MC)

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Case rurali

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La capanna
Il restauro di un edificio, apparentemente elementare come questo, tipica “capanna”  rurale della cultura agricola marchigiana pedemontana, per il ricovero del carro ed altri attrezzi al piano terra e per il foraggio al primo piano,  presuppone  per prima cosa una profonda sensibilità dei proprietari a tramandare una traccia originale della vita contadina del passato, senza trasformarla in appartamentino con garage, tanto cari alla sottocultura popolare, inoltre c’è la necessità per un buon restauro di questo genere, di maestranze che abbiano vissuto, come fatto intrinseco della propria vita, l’uso di un edificio del genere.
 Questo è il risultato di un vero restauro e non è da poco.

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