Arch. GIUSEPPE GENTILI
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Architetto Giuseppe Gentili

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Indice degli articoli:

  1. Sarnano 2015 - 750 anni di storia dal 1265
  2. Sarnano e il suo medioevo
  3. Il bassorilievo della Madonna delle Grazie a Sarnano
  4. Chiesa della Madonna di Loreto
  5. Mulino di Brunforte a Gualdo
  6. Lettera ad uno degli onniscenti giornalisti
  7. Eutanasia di un centro storico 
  8. Sempre sui centri storici
  9. Gli orti di Camerino
  10. Architetto - Contadino
  11. Prosa e poesia nel paesaggio rurale
  12. Il paesaggio agricolo storico marchigiano. Un futuro negato?
  13. Analisi del catalogo di fotografie di Eros De Finis
  14. Arte e Artista
  15. Architettura globalizzata
  16. Il grattacielo, logo dell’architettura globalizzata
  17. Estetica degli edifici contemporanei
  18. VER SACRUM - La nuova primavera dell'architettura
  19. Beni Culturali e Beni Pallonari
  20. La natura contro?
  21. Il Menhir di Sarnano
  22. Perché non andrò all'Expo di Milano
  23. Perché acquistare un bene storico culturale abbandonato
  24. La Via Francigena
  25. La Via Lauretana della Salaria gallica
  26. Il Restauro
  27. L'architettura del Vino Cotto nelle Marche
  28. A volte non capisco i premi di architettura
  29. Il Bosco Verticale - Al direttore di “Libero”,alla dottoressa Nicoletta Orlandi Posti
  30. Elementari misure antisismiche per le murature degli edifici storici
  31. Il presepio nella grotta di Soffiano a Sarnano
  32. La colpa è di Le Corbusier!
  33. Gli architetti debbono saper disegnare?

 

 


SARNANO 2015
750 ANNI DI STORIA DAL 1265

PROPOSTE PER UN ANNIVERSARIO

PROPOSTE DI RIVALUTAZIONE DEL CENTRO STORICO DI SARNANO
IN OCCASIONE DEI SUOI 750 ANNI DI VITA UFFICIALE.


L’anno 2015 è l’anno di alcune ricorrenze di rilievo per il Comune di Sarnano.

  1. 1215- 2015 ottocento anni da quando San Francesco impresse l’angelo come segno di pace tra Sarnano e i Signori di Brunforte.
  2. 1265-1215 settecentocinquanta anni dal riconoscimento ufficiale da parte dello Stato della Chiesa del libero Comune di Sarnano.

Due anniversari che per il centro storico del paese dovrebbero costituire motivo di nuovi interventi ed iniziative al fine della sua valorizzazione conservazione e restauro: in una parola rivitalizzare non solo il centro storico ma il paese tutto, speriamo.

Per questi motivi propongo al Sindaco di Sarnano ed alla sua Amministrazione, Consiglio Comunale compreso, e a tutti i cittadini di Sarnano, alcuni interventi nel centro storico che potrebbero essere finalizzati agli scopi suddetti.

1) La conferenza su San Francesco e il sigillo del Comune di Sarnano del 2 gennaio 2015 è già stata proposta e in fase di organizzazione.

Per quanto relativo al punto 2 varie sono le proposte:

2/1 – Alla fine del secolo XIX o forse agli inizi del XX fu demolita la porta Brunforte risalente alla metà del XVI secolo. Questa porta fortunatamente è immortalata da alcune foto degli inizi del ‘900 dove si vede esattamente la sua conformazione, anzi alcuni anziani su citazione dei loro avi sanno anche dove era posizionata la scala di accesso al piano alto della porta, precisamente dal vano attualmente usata dalla proloco e una volta bottega del barbiere Leone. In Italia tante sono le architetture che per un motivo o per un altro una volta sono state demolite ed oggi sono ricostruite o filologicamente o ricostruite secondo i dettami e le poche documentazioni esistenti riferite comunque all’epoca di costruzione dell’organismo architettonico antico ma distrutto. Pertanto proporrei la ricostruzione della porta Brunforte come da fotografia, cercando le tracce della fondazione sul luogo. Un tale evento oltre a dare una immagine molto accattivante dalla ex statale Picena restituirebbe uno spazio affascinante nell’area che si verrebbe a creare tra le due porte Brunforte, con il loggato e le botteghe presenti. Il costo sarebbe effettivamente ridotto visto che si tratterebbe di uno spazio di circa 50 mq con un solo piano; i costi si limiterebbero ai beccatelli ed alla muratura faccia vista di mattoni di riuso. Allego una ricostruzione prospettica con vista dalla ex statale Picena.

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2/2 – Per un vero riuso dell’intero centro storico, questo dovrebbe essere raggiunto con facilità ed immediatamente da tutte le persone, compresi anziani e portatori di handicap, quindi ci vorrebbe un percorso meccanizzato del tipo a fune scorrevole su binario o monorotaia a terra. Tale percorso potrebbe essere realizzato sul lato est del paese con partenza a valle della strada per Gualdo nelle vicinanze dell’area dove sono presenti gli aceri campestri una volta sostegno della vite, e sbarcare direttamente su Piazza Alta in quello spazio tra il palazzo del Podestà e il palazzetto della Parrocchia. A valle si realizzerebbe un parcheggio per auto. In questo tratto il paese da Piazza Alta fino a valle della strada per Gualdo nelle vicinanze dello stadio, non ci sono abitazioni. Le strade sono facilmente scavalcabili. Tale percorso sarebbe simile a quello di Loreto che dal parcheggio porta direttamente in quota alla Santa Casa, oppure simile ad una infinità di centri storici Italiani ed esteri.

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Tale struttura sarebbe di limitatissimo impatto ambientale ma di grandissima utilità. Riprenderebbe vita e culto anche la chiesa di Santa Maria attualmente semideserta per la difficoltà ad essere raggiunta.

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2/3 – Tutti i percorsi orizzontali che facevano riferimento alla antica viabilità dell’area est del Paese e che costituivano la continuità stradale con le vie del lato ovest del centro storico, dovrebbero essere ripristinati. Con spesa molto bassa si potrebbero dapprima ripulire e mantenere e poi negli anni ripavimentare, ma quello che conta e ridare la possibilità di una fruizione totale dell’intero centro storico ricucendo la viabilità anche se solo pedonale.

Allego schema della viabilità ricavata da cartografia del catasto Gregoriano del 1850.

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2/4 – Il cosiddetto albergo diffuso ormai è cosa scontata in tanti posti, ma per Sarnano fu proposto già negli anni 1985 -1987 quando ancora in nessuna parte sicuramente delle Marche se ne parlava. A tutt’oggi la cosa potrebbe ancora essere fattibile. In effetti molti appartamenti vengono affittati per turisti studenti cinesi durante l’estate e nei periodi delle festività. Ma questo già avviene spontaneamente e senza un coordinamento centralizzato. A cosa serve il coordinamento centralizzato? Essenzialmente servirebbe a poter promuovere l’immagine del paese a livello regionale, nazionale ed internazionale. In più per offrire un ambiente più curato, ordinato e con servizi poiché in questo caso si potrebbero fare aprire ai commercianti che hanno attività all’esterno del centro storico la stessa attività all’interno delle mura magari senza troppi adempimenti burocratici in maniera temporale e senza pagare tasse. Purché ci sia il parrucchiere, il giornalaio, il bar, i ristoranti ecc. ecc. comprese anche piccole botteghe artigiane che proprio perché non costrette da orari di negozi o altro potrebbero ripristinare e sviluppare attività dismesse da tempo. Anche i molti edifici attualmente in vendita potrebbero essere gestiti in maniera unitaria per l’affitto pur restando l’opzione di vendita. Anzi in questa maniera la vendita sarebbe facilitata e maggiormente redditizia. Per iniziare basterebbe trovare dei locali per la reception, dove smistare i turisti e gestire le prenotazioni, potrebbe anche essere in prima istanza il locale attualmente usato dalla Pro Loco e il locale che si verrebbe a creare sulla nuova Porta Brunforte. Oltre a ricercare degli ambienti nelle stesse vicinanze. In questo modo in futuro si potrebbe sperare in una rinascita spontanea delle attività commerciali anche di altro genere, oltre che ad un buon aumento di camere o appartamenti da affittare. Non si allega nulla .Pensateci e organizzate , se ben promossa si potrebbero creare diversi posti di lavoro per i giovani o anche per i meno giovani. Come potrebbe chiamarsi un albergo di questo genere? Bisogna trovare il nome.

2/5 – Un altro intervento che potrebbe essere molto gradito a sarnanesi e turisti, potrebbe essere una bella passeggiata da realizzare a sbalzo sul muraglione della ex strada statale 78 Picena sul parcheggio Bozzoni. Partendo dall’ascensore al livello della strada per Ascoli dove già è presente un invito protetto da inferriata, si potrebbe realizzare un percorso a sbalzo su struttura metallica ed archi della larghezza di circa m 1,30, lasciando sulla strada il muro in mattoni esistente e ricostruendone un altro parallelo verso il parcheggio sempre in mattoni in modo che dal parcheggio in basso si possa vedere il muro nella sua continuità. Questo percorso potrebbe essere sviluppato per tutta la lunghezza del muro poi proseguire come marciapiede a fianco della strada fino alla biforcazione della ex statale con la strada per le Terme: e li entrare nel centro storico. Quello che conta è avere un’area panoramica lunga circa un centinaio di metri dalla quale si possa vedere da una parte tutta la montagna e dall’altra il centro storico e potersi fermare e guardare tranquillamente poiché il traffico non creerebbe alcun problema visto che il percorso pedonale è tra due robusti muri di mattoni. Si allega disegno propositivo.

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2/6 – Il concetto di medioevo, conosciuto come tale nella gente dei nostri paesi è alquanto lontana dalla realtà storica. Infatti si definisce convenzionalmente medioevo l’epoca che va dalla caduta dell’impero Romano 476 d.c. fino alla scoperta dell’America 1492, ed è suddiviso in due parti: Alto Medioevo, dal 476 fino all’anno 1.000, Basso Medioevo l’epoca che va dall’anno 1000 fino al 1492. Per esempio la vita di Sarnano è in piccola parte compresa nel basso medioevo e nella seconda parte,essendosi formato agli inizi del 1200. Siccome l’ultima cinta di mura è del 1.580 circa, vuol dire che all’interno del centro storico ci sono 400 anni di storia, della quale la prima parte è basso medievale e l’altra è Rinascimento. Poi considerando tutte le modifiche architettoniche la maggior parte degli edifici risalgono al ‘700 – 800. Poche testimonianze risalgono a prima dell’anno 1600.

Questo preambolo per proporre a Sarnano in collaborazione con la Comunità Montana dei Monti azzurri un corso ANNUALE ( cioè ogni anno si rifà il corso o per approfondire o per nuovi iscritti) di formazione per guida turistica per tutti i paesi della Comunità montana e teoricamente anche per gli altri preparando delle persone che potranno fare da guida turistica in maniera storicamente e documentatamene vera: non il medioevo dappertutto e molto fantasioso. Preparare delle guide realmente dotate di conoscenza storica e di capacità discernente tra un’epoca e un’altra delle architetture dei nostri centri storici e delle altre manifestazioni artistiche della nostra cultura. Per fare questo ci dovrebbero essere finanziamenti regionali, basta informarsi sulla formazione. Questo porterebbe a nuovi possibili posti di lavoro, ad una conoscenza reale dei centri storici per i turisti e per i residenti che prima o poi entrerebbero in contatto con le guide.

Queste sono solo alcune proposte, speriamo che altri cittadini possano indicare progetti da intraprendere sempre per raggiungere lo stesso fine.

Sarnano 22 dicembre 2014 arch. Giuseppe Gentili


IL MEDIOEVO

QUALE MEDIOEVO IN SARNANO


SINTESI STORICA DEL MEDIOEVO

La storia d’Europa viene suddivisa per convenzione in quattro grandi epoche: antica, medievale, moderna e contemporanea. L’epoca antica è quella che si conclude con la caduta dell’impero Romano d’Occidente, quindi fino al 476 DC; il medioevo è il periodo che va dalla caduta dell’impero romano fino alla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo nel 1492; l’epoca moderna riguarda gli anni dal 1492 al 1815 ; dopo il 1815 è l’epoca contemporanea.

Il Medioevo e detto tale perché età di mezzo tra l’epoca classica Romano-Greca e il rinascimento. Questo periodo va dal 476 DC al 1492 e rappresenta una parte storica di circa 1.016 anni. Un periodo così lungo non può essere definito genericamente medioevo e quindi si distingue in due periodi molto diversi: il primo "alto medioevo" dal 476 all’anno 1.000, il "basso medioevo" dall’anno 1.000 al 1492.

L’alto medioevo si caratterizza dalle lotte tra popolazioni del nord e dell’est europeo in migrazione verso il sud e l’ovest: Goti, Longobardi, Franchi, con governi del territorio frazionati e non unitari fino a Carlo Magno 800 DC che riunisce per la prima volta dopo la caduta dell’impero romano buona parte dell’Europa in un altro impero.

Una realtà in grado di dare uniformità al panorama europeo sia nell’alto che nel basso medioevo fu la comune radice religiosa basata sul Cristianesimo, tramite il monachesimo Benedettino.

Nel basso medioevo, cioè dopo l’anno 1.000 si consolida una realtà feudale cioè uomini “feudatari” che governavano il territorio in nome dell’imperatore germanico (alla fine divenendo piccoli re nel proprio territorio).

Il feudalesimo è la forma del governo medievale, il re o l'imperatore o un grande proprietario terriero, organizza il lavoro dei suoi sudditi attraverso una gerarchia di persone (vassalli) che vengono compensate non mediante denaro ma mediante la concessione di terre. Quando col decadere dell'autorità regia o imperiale, il beneficio da vitalizio diventa ereditario, e al godimento delle rendite delle terre si aggiunge l'esenzione delle imposte e il diritto di esercitare pubbliche funzioni (giurisdizione) si ha il feudo vero e proprio. L'atto con cui un sovrano o un signore dà in investitura un feudo, è detto omaggio, in quanto il vassallo gli giura fedeltà, sottoponendosi a determinati obblighi, primo fra tutti il servizio militare a cavallo.

Contemporaneamente al potere degli imperatori da Carlo Magno (800) in poi, è presente il potere temporale della chiesa di Roma cioè del Papa, che governa su territori dell’Italia centrale (assegnati protempore da Carlo Magno) ma con grande prestigio esteso all’intera Europa. Quindi poteri in concorrenza e quindi alla fine in contrasto. La chiesa per contrastare il potere dell’Imperatore, favoriva la nascita di comunità libere non più assoggettate al Feudatario e quindi all’Imperatore, comunità dette prima Comunanze poi Comuni. Nei primi anni del secolo XI inizia questa emancipazione specialmente nel nord Italia.

 

I PAESI MEDIEVALI MARCHIGIANI NON SONO ARCHITETTONICAMENTE MEDIEVALI

Le architetture di tutti i borghi, paesi o città, delle Marche che vengono definiti medievali sono in realtà costruzione del basso medioevo, poche riferibili integralmente al secolo XIV e solo in alcuni centri. Le costruzioni di molti paesi mediamente sono riconducibili per intero o in parte al XV–XVII secolo. IL tessuto preponderante è del XVIII e XIX secolo.

Ora il fatto che molti paesi e città sono costruiti omogeneamente con mattoni o pietra, ed nei secoli sono stati usati sempre gli stessi materiali o quasi, ne determina genericamente la definizione di paese “medievale” senza precisazioni di nessun genere, determinando per omogeneità del materiale una unica datazione. Invece all’interno di ognuno di essi si distinguono benissimo le sequenze e caratteristiche temporali di costruzione, ma turisticamente sono tutti Medievali: e questo è un rilevante errore.

Si deve fare una precisazione fondamentale quando si parla di Medioevo, poiché essendo un periodo di 1.000 anni, è come se si parlasse di una qualsiasi cosa, senza specifica distinzione riferita al periodo che va dall’anno 1.000 all’anno 2.000. In questo caso, invece, ogni persona sarebbe in grado di distinguerne la differenza, sia nel costume, nella tecnologia che in architettura. Ma se il periodo va dal 476 al 1494, che sarebbe il cosiddetto medioevo, sempre 1.000 anni, la distinzione pur indispensabile è rara e di solito non c’è. Chi non distinguerebbe una casa antica del cinque-seicento, da quella attuale, moderna; mentre la distinzione di una casa del 700–800 (VIII-IX secolo, che sono rarissime o addirittura reperti di archeologia) da una casa del 1300 oppure 1400 (XIV-XV secolo) non c’è, questa viene omologata in Medievale. La massa edilizia dominante dei nostri centri storici non è assolutamente medievale e con il medioevo non c’entra nulla o poco, al massimo sono costruiti solo su vecchie aree di sedime.

Sarnano non fa differenza, è un paese, come tutti gli altri, definito indistintamente medievale.

 

CRONOLOGIA DI SARNANO

Il territorio di Sarnano agli inizi del ‘200 era feudo di alcune famiglie nobili e di grande potere: Brunforte, Bonifazi di Castelvecchio, ed altri minori. Inoltre i monaci delle chiesa di Piobbico che possedevano molti territori avuti in lascito da signori anche esterni all’area.

La volontà di alcuni uomini acculturati e proprietari di terre al fine di liberarsi ed emanciparsi dalla dipendenza del Signore feudale, portò alla nascita della comunanza non senza grossi problemi.

In questo territorio il signore feudatario più potente era della Famiglia Brunforte, con il suo castello sul Monte Morro a due km da Sarnano ma con possedimenti che si estendevano in molti Comuni dell’intorno. Nei primi anni del 1200 gli abitanti del territorio intorno all’attuale Sarnano, territorio abitato fin dall’epoca Romana ed ancora prima dai Piceni, iniziano ad organizzarsi socialmente in maniera indipendente costituendo la cosiddetta “Comunanza” cioè si staccavano dalla dipendenza del signore feudale in questo caso Brunforte e tentavano di costituirsi in libere comunità auto gestite eleggendo al loro interno un sistema amministrativo autonomo e indipendente dall’imperatore germanico.

Il 1° giugno 1265 la Chiesa riconosce Sarnano come libero Comune.

Quindi Sarnano è si un paese medievale ma del basso medioevo, degli ultimi duecento anni nella storia, ma sicuramente non nell’architettura.

La chiesa di Santa Maria è del 1394, la torre, la cripta e una parte della navata, la base seminterrata è antecedente ma non è visibile. La chiesa di San Francesco è del 1330, e questi sono gli edifici più antichi all’interno del paese.


IL CARATTERE ARCHITETTONICO

Tutto il paese è costruito in mattone rosso, sia gli edifici più antichi che quelli del XIX secolo. Il cotto è dominante sia nelle strutture che nelle più svariate decorazioni architettoniche. Il territorio non forniva pietra di facile uso, solo pietra calcarea di fiume difficile da squadrare per muri di spessore ridotto. Solo per la cinta di mura, dove lo spessore superava il metro era possibile usare tale pietra montata a sacco. Il muro era costituito da due paramenti realizzati in pietra come un cassero di contenimento, ed all’interno pietre e pietrisco di lavorazione legati da malta di calce.

I primi uomini che si unirono per costituire la comunità di Sarnano trasferendosi dalla campagna al nuovo agglomerato, stabilirono che sulla sommità della collina scelta per la costruzione del paese non dovessero essere presenti edifici privati, ma solo edifici pubblici quali: il palazzo del Popolo dove si riunivano in assemblea gli eletti rappresentanti dei cittadini, il palazzo del Podestà che amministrava la giustizia, il palazzo dei Priori i veri dirigenti del Comune che governavano il paese per un anno, la chiesa di Santa Maria proprietà e gestione dei monaci benedettini dell’Abbadia di Piobbico. Quindi dal punto di vista urbanistico il paese è stato costruito con un piano prestabilito, come fosse una sorta di piano regolatore, una piazza con i soli edifici che rappresentavano il potere spirituale ed il potere temporale. Intorno poi a seguire l’andamento dell’orografia della collina si costruirono le case in mattoni e pietra.

Le architetture in generale arrivate fino alla nostra epoca dell’alto medioevo sono rarissime, anche perché la maggior parte delle costruzioni residenziali erano in legno, solo le torri e le chiese erano in pietra. Su queste negli anni sono stati effettuati interventi che hanno cancellato o inglobato la parte antica. Anche le costruzioni integre ed originali del basso medioevo sono rare sia in Italia che tantomeno in Europa dove le costruzioni erano prevalentemente in legno.

Architettonicamente anche per Sarnano la presenza di edifici del basso medioevo è rara e poco riconoscibile per le successive demolizioni e stratificazioni. La popolazione di Sarnano trasferita dalle campagne all’interno delle mura per la maggior parte era agricola poi artigianale, per questo motivo gli edifici si presentano generalmente molto sobri senza troppe pretese architettoniche, rari sono gli edifici appariscenti ricchi e di rilievo, escluse le chiese che anche se piccole sono molto curate e decorate.

 

ANEDDOTO PARTICOLARE

La popolazione che per la maggior parte si dedicava all’agricoltura, usciva dalla cinta muraria per recarsi nei propri fondi da coltivare situati in un esteso territorio e c’era un’usanza, che si è mantenuta fino a qualche decina di anni fa, che a due ore dalla notte la campana della torre del Comune suonava lunghi rintocchi che si sentivano da tutto il territorio comunale, anche nelle aree più lontane come Castelmanardo, Monteragnolo ecc. Quindi gli agricoltori sapevano che entro due ore circa dal suono della campana venivano chiuse le porte del paese e non si poteva più rientrare fino al mattino. Le due ore erano riferite al tempo necessario per spostarsi a piedi dalle terre più lontane fino al paese.


MURA E SVILUPPO URBANISTICO DEL PAESE

Il territorio di Sarnano, prima della formazione del Comune, era individuabile genericamente in aree chiamate “contrade”: Brunforte, Poggio, Castelvecchio, Piobbico e Bisio. Le prime contrade dalle quali gli abitanti si trasferirono all’interno del paese furono : Brunforte, Poggio e Castelvecchio, in seguito Bisio e Piobbico.

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I primi uomini che si unirono per costituire la comunità di Sarnano trasferendosi dalla campagna al nuovo agglomerato, stabilirono che sulla sommità della collina scelta per la costruzione del paese non dovessero essere presenti edifici privati, ma solo edifici pubblici quali: il palazzo del Popolo dove si riunivano in assemblea gli eletti rappresentanti dei cittadini, il palazzo del Podestà che amministrava la giustizia, il palazzo dei Priori i veri dirigenti del Comune che governavano il paese per un anno, la chiesa di Santa Maria proprietà e gestione dei monaci benedettini dell’Abbadia di Piobbico. Quindi dal punto di vista urbanistico il paese è stato costruito con un piano prestabilito, come fosse una sorta di piano regolatore, una piazza con i soli edifici che rappresentavano il potere spirituale ed il potere temporale. Intorno poi a seguire l’andamento dell’orografia della collina si costruirono le case in mattoni e pietra.

In generale, le architetture arrivate fino alla nostra epoca dall’alto medioevo sono rarissime, anche perché la maggior parte delle costruzioni residenziali erano in legno, solo le torri e le chiese erano in pietra. Su queste negli anni sono stati effettuati interventi che hanno cancellato o inglobato la parte antica. Anche le costruzioni integre ed originali del basso medioevo sono rare sia in Italia che tantomeno in Europa dove le costruzioni erano prevalentemente in legno.

Architettonicamente anche per Sarnano la presenza di edifici del basso medioevo è rara e poco riconoscibile per le successive demolizioni e stratificazioni. La popolazione di Sarnano trasferita dalle campagne all’interno delle mura per la maggior parte era agricola poi artigianale, socialmente alquanto omogenea e senza signorie dominanti. Per questo motivo gli edifici si presentano generalmente molto sobri senza troppe pretese architettoniche anche se con decorazioni di rilievo in cotto.

Sarnano 2014

arch. Giuseppe Gentili

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IL BASSORILIEVO DELLA MADONNA DELLE GRAZIE A SARNANO

Conferenza “EMERGENZE STORICO-ARCHITETTONICHE DI SARNANO”
Sarnano 21-01-2012

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Nella prima quindicina del mese di febbraio del 1493, durante il viaggio di ritorno dalle Americhe, vicino alle isole Azzorre la caravella Nina, su cui viaggiava Cristoforo Colombo, si trovò in mezzo ad una terribile tempesta che la allontanò dalla Pinta mentre insieme erano di ritorno verso l’Europa.

I marinai a bordo della Nina presi, da grande spavento, fecero voti di pellegrinaggio alla Madonna di Guadalupe in Estremadura, affinché si salvassero dalla tempesta. Tirarono a sorte e toccò a Colombo l’onore di adempiere al voto una volta sbarcati. La tempesta non cessava e visto il grave pericolo in cui si trovava la nave, l’equipaggio fece un altro voto alla Madonna di Loreto, vicino ad Ancona, questa volta il voto doveva essere esaudito da Pedro de Villa, di Porto Santa Maria, una isola delle Azzorre, e Colombo si offrì per pagargli il viaggio.

Ma la tempesta continuava ad abbattersi violentemente sulla nave e i marinai fecero un altro voto, e questa volta ad una Santa, Chiara di Moguer, nella regione dell’ Andalusia. Di nuovo ad esaudire il voto toccò a Colombo. Comunque alla fine si salvarono tutti e approdarono in Portogallo.

Cosa c’entra colombo con la pintura delle Grazie?

C’entra secondo una mia ipotesi non dimostrata, ma anche non smentita, quindi……..?

La Pintura delle Grazie

Nella frazione Grazie del Comune di Sarnano, c’è una chiesa privata, una volta pubblica, della quale restano solo la navata di sinistra e il presbiterio di quella centrale.

La chiesa è stata costruita intorno ad una edicola, posta sulla vecchia strada Sarnano Gualdo, nella quale è affrescata la Madonna con Bambino di cui si hanno notizie fin dai primi anni del sec. XV, (1400) quando nella pianura, ogni anno in Agosto, si svolgeva una grande fiera, in occasione della festa dell’Assunta, fiera che durava sette giorni ed era molto conosciuta.

L’edicola è costituita da un baldacchino (foto1) in muratura con cuspide ed arco a tutto sesto sorretto da due piedritti in pietra scolpita a bassorilievo, datato 1494 come risulta dalla scritta posta in basso sul piedritto sinistro (foto 2). Altra datazione del 1494 è scolpita sulla pietra orizzontale che funge da soglia sulla quale appoggia il piedritto di sinistra (foto 3).

Ora guardiamo con attenzione il bassorilievo del piedritto di sinistra (foto 4), partendo dall’alto notiamo due stemmi della gerarchia ecclesiastica sotto ai quali viene rappresentata una strana figura, un viso rotondo e copricapo piumato, che ricorda molto l’arte a bassorilievo delle popolazioni precolombiane dell’America Latina (foto 5) anzi sembra proprio quel tipo di scultura e quel tipo di rappresentazione di una testa umana. Ancora più in basso la croce rossa su fondo bianco con corona di gigli, che sembrerebbe lo stemma della città di Genova (foto 6). Anche l’altro piedritto ha una decorazione molto particolare, specialmente l’immagine in alto. (foto 7)

Questa tipologia decorativa non risponde ai modelli della decorazione sacra Cattolica della fine del ‘400 in Italia, non mi sembra di averne mai visti simili.

Il primo accenno ad una chiesa nella frazione Grazie già costruita si ha in un testamento del 1478, e la chiesa ancora non si chiamava delle Grazie, ma semplicemente S.Maria . Nel 1508 negli statuti Comunali la chiesa viene citata come Santa Maria delle Grazie, in “plano Malvicini”.

Alla luce di tutto ciò io ipotizzerei quello che mi piacerebbe che fosse, ma che forse non lo è e cioè la manifestazione o l’espletamento di uno dei voti fatti dai marinai sulla Nina di Cristoforo Colombo nel febbraio del 1493. Potrebbe anche esserci stato su quella nave, un qualche marinaio di zona che oltre ad altri ringraziamenti a Dio per la salvezza ottenuta abbia proposto anche questo ringraziamento.

Perché no?.

Se così non fosse, come sarebbe possibile avere questi bassorilievi con caratteristiche tipiche di civiltà, fino all’anno prima sconosciute in Europa, ed invece presenti in una piccola chiesa di Sarnano? Chi le ha pensate, o dove le ha copiate?

Arch. Giuseppe Gentili

 

Nella rivista Medioevo dell’ottobre 2010 ho trovato un saggio “storie 12 ottobre 1492” il quale trattando del viaggio di Cristoforo Colombo presenta alcune immagini di idoli della zona di Santo Domingo l’isola dove sbarcò la prima volta Colombo, che sembrano molto simili se non uguali a quelle presenti nella chiesa della Madonna delle Grazie di Sarnano, Questo si che è un mistero.

Arch. Giuseppe Gentili

 

 

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CHIESA DELLA MADONNA DI LORETO

Conferenza “EMERGENZE STORICO-ARCHITETTONICHE DI SARNANO”
Sarnano 21-01-2012

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NOVITÁ! Clicca sull'immagine per il tour virtuale della Chiesa!


La chiesa, della "Madonna di Loreto" non più utilizzata per le funzioni religiose, è stata costruita nel XV secolo dalla "Corporazione della Lana" di Sarnano, costituita da artigiani dediti alla tessitura e coloritura di tessuti, sul vecchio tracciato della strada Salaria Gallica. Questo tracciato coincide con la vecchia Statale 78 Picena, strada che dalla Salaria all’altezza di Roccafluvione raggiunge Sarnano Urbisaglia Helvia Recina, Filottrano, Jesi, Chiaravalle, e l’Adriatico a nord di Ancona.

Nel 1619 la chiesa fu in parte ricostruita e ristrutturata così come oggi ci appare, per devozione alla Madonna di Loreto, in relazione al passaggio dei pellegrini che dal sud andavano verso il Santuario della Madonna di Loreto, a nord e verso Assisi in Umbria.

La chiesa non ha una facciata tradizionale ma soltanto una finestra, gli ingressi sono situati su i due lati lunghi della navata perché la funzione doveva essere quella di ingresso diretto dalla strada per i pellegrini diretti a Loreto e provenienti da sud quindi attraversamento della navata sosta per la preghiera e uscita sulla porta al lato opposto dove continuare il pellegrinaggio verso Loreto. La chiesa quindi veniva attraversata all’interno, rendere omaggio alla Madonna posta in una casetta di legno sull’Altare e poi uscire e continuare il percorso. Nei giorni di festa o in ricorrenze particolari si celebravano le funzioni, ma la chiesa rimaneva aperta sempre.

L'edificio è costituito da una navata unica a pianta rettangolare di circa m.17,30 x 7,50 ed alta circa m 8.00, orientata con l'asse principale nord-est sud-ovest; l'ingresso è posto a sud-ovest mentre sul lato opposto è situata la Sacrestia con copertura in volte pesanti a crociera probabilmente del secolo XVI.

Sul lato adiacente al torrente è posta la casa abitazione del Sacerdote sviluppata su due piani, per un totale di mq 118 circa.

La navata della chiesa è coperta con una volta a botte realizzata in camera a canne e gesso ancorata alle capriate in legno costituenti la struttura portante della copertura. La parte alta delle pareti e tutta la volta sono decorate con pitture relative alla Madonna di Loreto, pitture risalenti al XVII secolo di pregevole fattura specialmente nell'uso della prospettiva. Al centro della volta è raffigurata la traslazione della Santa casa da Nazaret a Loreto con la Madonna ed angeli, nelle pareti perimetrali vi sono scorci dei loggiati di Loreto posti davanti alla Santa Casa.

Le pitture coprono una superficie di circa mq 175.

Di rilievo è la parete che contiene l'altare sulla quale è dipinta una struttura architettonica a baldacchino con sei colonne in marmo rosso Verona, con uno splendido effetto prospettico tale da rendere in rilievo perfetto l'elemento architettonico.

L'intero edificio è realizzato con muratura in mattoni di cotto rosso esternamente lasciati a faccia vista, solaio di copertura e solai di piano in legno a doppia orditura con pianellato in cotto. Manto di copertura in coppi di cotto. Pavimento della chiesa e sacrestia in cotto originale sec.XVII.

Arch. Giuseppe Gentili

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MULINO DI BRUNFORTE A GUALDO

Conferenza “EMERGENZE STORICO-ARCHITETTONICHE DI SARNANO”
Sarnano 21-01-2012

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Nell’anno 1250, Rinaldo di Brunforte detto il vecchio, nipote di Fidesmido da Mogliano, eredita tutti i beni della famiglia posti verso la montagna, e quindi tutti i territori, fino a Castel Manardo, compreso Gualdo, sono feudo dei Brunforte.

Nel 1313 nell’Abbazia di Piobbico di Sarnano, avviene la divisione dei beni di Rinaldo il vecchio, tra i suoi figli e nipoti. La divisione assegna a Rinaldo il giovane il territorio di Gualdo, al figlio di Gualtiero (Nallo) il castello di Brunforte, ai figli di Ottaviano Roccacolonnalta.

Il 18 aprile 1319, Rinaldo di Brunforte il giovane, restituisce la libertà agli abitanti di Gualdo, ma qualche giorno prima il 7 aprile 1319, aveva venduto questo territorio al Comune di Fermo, quindi i Gualdesi si trovarono assoggettati a questo Comune senza essere informati.

Nella vendita, Rinaldo di Brunforte si riservò, oltre ad alcune terre anche il mulino sul Tennacola, diritto questo tipicamente feudale, ed economicamente re dditizio perchè fruttava la tassa sul macinato.

Col passare degli anni, finita la discendenza dei Brunforte, il mulino per molto tempo, si pensa fosse inattivo e senza proprietari, poiché si hanno notizie solo a partire dal 1512, in occasione della guerra tra Sarnano e il Comune di Fermo.

Da precisare che il mulino si trova sulla riva sinistra del Tennacola, territorio di proprietà del Comune di Gualdo, mentre la riva destra appartiene a Sarnano; in questo caso, secondo alcune leggi dell’epoca, l’acqua apparteneva in parti uguali ai due Comuni, e chi l’avesse utilizzata doveva indennizzare l’altro.

Nel 1512 il Comune di Gualdo aveva cominciato a scavare un canale, un vallato, per portare acqua al mulino con lo scopo di riattivarlo. Il comune di Sarnano chiese che gli venisse riconosciuto il suo diritto inerente l’acqua deviata, quindi un indennizzo.

Gualdo rifiutò, anzi sicuri della protezione dei Fermani, a sfida dei Sarnanesi, fortificarono ulteriormente il mulino; ulteriormente perché i mulino già dal medioevo erano comunque in parte fortificati.

I sarnanesi nell’autunno dello stesso anno fecero preparativi di guerra, richiedendo armature e armi da fuoco al Comune di San Ginesio e Visso.

Nel febbraio del 1513 viene assoldato Giovanni Rapossi di Ascoli (città tradizionalmente nemica di Fermo) per inquadrare i giovani di Sarnano e insegnare loro l’uso delle armi; con il Rapossi vengono altri tre Ascolani, che poi vennero proclamati ad unanimità, cittadini di Sarnano, il 28 marzo viene ordinato che nessuno si assenti da Sarnano e che coloro che ne erano lontani “addetti ad opere servili” o al pascolo del gregge, vi facessero ritorno entro l’ottava di Pasqua appena cominciata.

Nel mese di agosto del 1514 i sarnanesi invasero il territorio di Gualdo con l’intenzione di abbattere il mulino e di annientare i suoi difensori; da qui lo scontro con i Fermani venuti in aiuto di Gualdo, durante il quale i Sarnanesi sarebbero riusciti a strappare ai Fermani il gonfalone, ossia lo stendardo del Comune di Fermo; si conosce anche l’autore della prodezza, un anonimo Chimèra , che il Comune ricompenserà concedendogli l’esenzione perpetua dai tributi, riconfermata particolarmente al figlio Matteo nel 1572. Dall’atto si sa che il glorioso gonfalone era custodito nelle “casse dell’abbazia”, ossia negli armadi della vicina chiesa di S. Maria di Piazza.

E’ probabile che l’episodio del mulino sia servito per motivare un attacco, i cui veri fini erano quelli della espansione del Comune di Fermo verso i territori montani.

ANALISI ARCHITETTONICA

Il mulino fortificato sul Tennacola fino a qualche decennio fa era proprietà della famiglia di Ugo Regoli. E’stato attivo fino ai primi anni del ’60; poi dopo alcuni decenni di inattività l’edificio è stato venduto al signor David Laws un signore inglese che tutt’ora lo possiede.

La costruzione è realizzata in pietra arenaria sbozzata tipica del luogo, si presenta a forma di torre, con ponti levatoi, beccatelli, piombatoi, e bombardiere su tutti e quattro i lati.

La torre è a pianta rettangolare di m 11 x 9 circa, e si compone di tre piani per una altezza totale alla facciata nord-est di m11,50.

Al piano terra che si eleva per circa la metà dell’altezza, in un unico locale con volta a botte è posto il mulino con le macine e le attrezzature ancora in sito. L’attuale locale laterale, è stato ricavato in epoca più tarda, nello spazio coperto dal ponte levatoio d’ingresso al primo piano e delimitato dal muro battiponte.

La porta d’ingresso al mulino, posta sulla parete nord-est, è difesa esternamente da beccatelli in pietra arenaria, e piombatoi utilizzabili dal primo piano. Internamente è ancora presente in parte una saracinesca in legno di quercia che scorre verticalmente su due canali laterali anch’essi in legno di quercia. Su tutti e quattro i lati sono presenti bombardiere da utilizzare anche per artiglierie semiportatili.

Sulla parete nord-ovest, al primo piano, si apre la porta che da accesso ai locali superiori diventati poi abitazione della famiglia del mugnaio. Qui sono ben evidenti gli incavi del ponte levatoio, e la fessura del bolzone; sulla stessa parete, a destra della porta e allo stesso livello è posta una bombardiera , un’altra al piano superiore completa la difesa di tale porta.

Il mulino fortificato dai Gualdesi nel 1512, quest’anno precisamente cinquecento anni fa, assunse l’aspetto di un’alta torre merlata con beccatelli e caditoie, raggiungendo un’altezza totale sul lato nord di circa 18-19 metri; i muri perimetrali furono raddoppiati e raggiungono tutt’ora lo spessore di due metri.

Un vecchio agricoltore, che portava a macinare il grano nel mulino di Regoli, raccontava che lui stesso aveva partecipato alla demolizione degli ultimi due piani della torre, nei primi anni del 1900, perché pericolanti e con grosse fessure sulle pareti perimetrali alte. Per eseguire questo lavoro dovettero recarsi a Civitanova per acquistare dei lunghissimi e spessi tavoloni di legno che furono utilizzati come scivoli per portare a terra i materiali conseguenti ai lavori di demolizione, merlatura compresa.

Lo stesso Ugo Regoli, mentre mi raccontava questi avvenimenti, si rammaricava della avvenuta mutilazione della torre, che era, e sarebbe stata vanto per gli abitanti di Gualdo.

Arch. Giuseppe Gentili

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LETTERA AD UNO DEGLI ONNISCENTI GIORNALISTI

Il 28 novembre 2008 durante una conferenza-incontro all’Abbadia di Fiastra, organizzata dall’Ordine degli Architetti  di Macerata, con argomento del tipo “ come sono visti gli architetti dalla società civile” il giornalista RAI REGIONE Marche, Maurizio Blasi oratore alla conferenza, dichiarò con decisione che gli architetti non avrebbero  lasciato per il futuro  alcuna traccia della loro esistenza, poiché non incidenti su i comportamenti pianificatori e architettonici della società civile.
Inviai questa lettera di precisazione delle colpe, ma non ho ricevuto risposta.


Dott. Maurizio Blasi
c/o  Redazione TG Marche
piazza della Repubblica, 1
60100  Ancona

Dott. Blasi,
                    venerdì 28 novembre 2008, pomeriggio, sono stato uno dei tanti che ha applaudito sinceramente il suo intervento, nella Tavola Rotonda  per il 25° anno della istituzione dell’ordine degli architetti di Mc, all’Abbadia di Fiastra.

Ho applaudito il suo intervento perché condivido quasi  tutto di quello  che ha detto. E’ vero, la nostra generazione di architetti non lascerà nulla di significativo alla storia, e sicuramente questo periodo sarà, dal punto di vista architettonico, molto difficile da identificare per gli storici del futuro.  Ma la colpa, come si è detto anche nel convegno, non è soltanto degli architetti.  Prendiamo per esempio la sua professione, sabato l’ho ascoltata nel Tg delle Marche da Morrovalle, e come sempre un grande e giusto elogio dell’architettura del centro storico, come di solito per ogni altro centro storico marchigiano, però, mai una parola sulle anonime e tristissime periferie di questi paesi, di tutti questi splendidi paesi delle Marche, bruttissime periferie e bruttissimi nuovi centri nei fondovalle, lasciando letteralmente morire i vecchi centri urbani, sulla collina, caratteristica del paesaggio marchigiano. (allego un articolo scritto alcuni anni fa sulla morte dei centri storici).

Nei vostri programmi del TG3 o RAI Marche in genere, mai un commento un accenno  sulla mancanza nella gente  del concetto estetico e formativo dell’architettura, mai un servizio sul “nulla architettonico” dello sviluppo periferico di questi centri storici, mai una domanda al Sindaco: “Sindaco cosa fa per l’educazione alla bellezza dei suoi cittadini, cosa fa affinché le periferie non siano così, dico poco, brutte, cosa fa per abbellire architettonicamente la sua città”, solo domande sullo sviluppo economico o sulla promozione ludica o sul pallone fino alle squadre parrocchiali.

Perché non iniziate a fare programmi su argomenti di questo genere, scottanti e poco promozionali per il Sindaco e per il paese che presentate,  ma costruttivi per il futuro, allora trovereste tutti gli architetti d’Italia disposti  ad argomentare, per anni, su questi temi, allora poi forse qualche cosa cambierebbe nella coscienza estetica della gente, e forse alla fine i fruitori dell’architettura rifiuterebbero edifici ed ambienti urbani anonimi, insignificanti e squallidi, dove invece ora abitualmente vivono senza rendersene conto, e forse qualche cosa lasceremo alla storia.

L’informazione è potere, lo sapete bene, tra i relatori presenti al convegno, ho scritto solo a lei , poiché gli altri potrebbero ben poco promuovere il tema in discussione.

In conclusione, ringraziandola per le cose dette, che brutalmente evidenziano una sopita realtà, la pregherei, dalla sua posizione di luogo privilegiato della comunicazione, ad iniziare a fare quello che molti architetti fanno in silenzio e privatamente, anche se con scarso successo, e cioè ad educare e promuovere il concetto di  bellezza e funzionalità urbana ed ambientale che la nostra storia ci ha insegnato e consegnato, promuovere con esempi concreti anche se scomodi, contrapponendo visivamente alla bellezza dei centri storici e del paesaggio,  la tristezza delle cose anonime delle periferie e dei centri commerciali, artigianali, industriali,  ecc, ecc, ecc.

Cordiali saluti.

Sarnano 29 novembre 2008

Giuseppe Gentili, architetto.

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EUTANASIA DI UN CENTRO STORICO 

Ci sono alcuni antichi paesi nel nostro territorio,  i cui centri storici sembrano essere portati con decisione all’eutanasia mediante programmi di decentramento; decentramento di  alcune attività sociali, economiche ed amministrative,  senza prima effettuare una minima riflessione sulla effettiva necessità o su possibilità alternative di intervento.

Il decentramento delle attività in un centro storico è  indispensabile in quelle città con rilevante popolazione e conseguente caos nella mobilità quotidiana, pensiamo a città come Roma, Milano, Napoli ecc, ma pensare di togliere attività nei centri storici dei nostri paesi o anche città come  Macerata, che possono essere definiti grossi condomini o al massimo un grande quartiere, significa la fine lenta ma inesorabile di questi centri poiché gli si  toglie la linfa vitale e cioè la gente che le fruisce .

La pianificazione di un territorio comunale non può  assecondare  la tendenza in voga al momento, altrimenti avremo un rotolamento a valle generalizzato della vita dei nostri paesi con la conseguente eutanasia del centro storico, e per tale fine diverse sono le modalità di intervento per somministrare una morte lenta, analizziamone alcune.

Un modo è quello di restaurare male gli edifici del centro storico, inventandosi la storia, trasformando il tessuto urbano come crediamo che fosse o come ci piacerebbe che fosse stato con la scusa della vivibilità e necessità attuali, pena l’abbandono delle residenze disagiate e quindi del centro storico, lo trasformiamo  così a tempo a tempo in una altra cosa.

Comunque potrebbe continuare a vivere visto che alla fine  tutte le attività economiche e sociali sono state mantenute in un modo o in un altro.

Un altro sistema abbastanza infallibile è quello di permettere la costruzione di grossi centri commerciali in zone distanti dal centro storico possibilmente a valle di questo e lungo le statali o adiacenti a superviabilità.

Quello dei centri commerciali è un tema che bisogna trattare con particolare attenzione perché ha alcuni risvolti molto interessanti.
        
Nel 1969-70 un mio amico studente alla facoltà di architettura di Toronto in Canadà, mi chiese di mandargli molte fotografie dei mercati famosi di Roma, dove io risiedevo, perché stava preparando alcuni esami con professori che si interessavano alla grossa distribuzione e quindi ai centri commerciali. Gli interessava in particolare l’ambiente e il colore del mercato, la struttura delle bancarelle mobili o fisse,  i vari chioschi per la vendita di giornali caffè ecc. Gli mandai molte foto di Porta Portese e del mercato di Piazza Vittorio Emanuele.
        
In conclusione i grossi centri commerciali dell’America del Nord specialmente quelli degli ultimi trenta –venti anni, realizzati in grandiose strutture chiuse,  non sono altro che le nostre vie del centro storico con le varie attività commerciali con tanto di verde, di fontane, di panchine, di chioschi dei giornali, piccoli bar, poi cinema, ristoranti e quant’altro a seconda della dimensione della passeggiata “MALL”, così vengono definiti.

Quindi gli Americani importano parte dei nostri centri storici, della nostra cultura,  con la loro dimensione umana, il calore dei materiali, le decorazioni delle pareti e  li organizzano in un microclima adatto alle loro latitudini, le temperature invernali in quelle città raggiungono i 20, 30 gradi sotto zero, e usano questi spazi  come luoghi delle passeggiate, della socialità, del footing, come strutture del tempo libero e come luogo per fare la spesa in maniera piacevole , ci fanno in realtà quello che da noi si può fare tutto l’anno all’aperto nelle vie dei centri storici, anche in inverno,  visto il nostro clima.

Ma noi cosa facciamo?, reimportiamo dall’America il progetto di centro commerciale e lo rifacciamo in maniera molto più piccola, povera e misera, a causa della condizione economica Italiana rispetto all’America, compresoi quelli delle grandi città, poi i pomeriggi della domenica e delle giornate di festa li passiamo in queste squallide strutture svuotando di vita e di attività commerciali i centri storici.
E’ evidente altresì che in città con qualche milione di abitanti il centro commerciale serve a sviare grossi flussi dal centro storico che ne risulterebbe altrimenti intasato così come avviene tutt’ora, ma questo non è certo il caso dei nostri paesi.

Se proprio non possiamo fare a meno del cosiddetto centro commerciale troviamo qualche soluzione adatta ai nostri centri storici e restiamo lì,  magari  copriamo le  vie e le piazze con strutture trasparenti,  consorziamo i commercianti in modo da acquistare a prezzi più bassi e rendere conveniente l’acquisto in queste aree, ma non decentriamo il commercio.

Esiste un terzo modo, forse la soluzione definitiva, per far morire i nostri piccoli centri storici  ed è quello di favorire oltre che il decentramento commerciale anche l’allontanamento delle residenze, delle scuole, degli ospedali o servizi sanitari, ecc. in definitiva l’allontanamento di tutte quelle attività interconnesse che definiscono un centro urbano.

Detto ciò, facciamo  qualche esempio per spiegare meglio quello che è stato sopra descritto,  senza per questo voler denigrare o svilire nessuna città.

I grossi centri commerciali che sono sorti o che stanno crescendo in aree periferiche del Comune di Macerata, vedi Piediripa ecc. stanno iniziando a dare i loro frutti riducendo il flusso delle persone che prima andavano a fare la spesa nel centro storico,  riducendo così la capacità funzionale e attrattiva di questo,  provocando una continua mobilità verso il fondovalle con  conseguente chiusura delle vecchie botteghe commerciali impiantate da anni nella parte più antica di Macerata.

Ma se per Macerata ci vorrà forse un po’ più di tempo, per certi altri Comuni posti lungo la statale 78 Picena che da Macerata porta a Sarnano il declino è cominciato da un pezzo: tutti i paesi, con esclusione di alcuni casi illuminati, che confinano con la statale hanno permesso il rotolamento a valle di persone, cose e attività, con conseguente sviluppo edilizio della fascia parallela alla strada statale. I risultati sono due:, uno è quello di aver svuotato i centri storici, infatti  sono sempre deserti e per verifica basta andarci in qualunque momento, l’altro è  quello di aver  sfasciato definitivamente un paesaggio della tipicità rurale marchigiana, tanto che la SS 78 Picena, era stata  definita Panoramica dal Piano Paesistico Regionale,  questa  è invece al momento delimitata da una parte e dall’altra da costruzioni di ogni genere prive di qualunque pregio architettonico, caratteristica crescita delle vecchie città del West americano che si sviluppavano esclusivamente e casualmente lungo la cosiddetta Main.

Un altro buon esempio potrebbe venirci da Camerino. Camerino vive del centro storico, esiste perché c’è il centro storico e perché nel centro storico ci sono o c'erano molte funzioni vitali. L’Università è una delle istituzioni di prestigio presenti a Camerino ed una delle funzioni vitali, questa presenza comporta un rilevante indotto economico tanto da costituire una delle principali fonti di reddito per i Camerinesi dovuta ai diversi aspetti della vita universitaria. Esistono le attività commerciali perché esistono molti studenti, esistono le case da affittare perché esistono gli studenti, c’è continua vita nelle vie del centro storico sia di giorno che di notte perché esistono gli studenti, e così via, gli studenti sono dentro Camerino.  Quindi proporre la costruzione di un “ Campus Universitario” che va molto di moda, fuori dal centro storico di Camerino  e lontano da questo, significa portare via la maggior parte degli studenti e di conseguenza tutte le attività connesse a loro, quindi significa un inizio della fine di Camerino così come siamo abituati a conoscerlo. Non basta si vocifera anche di portare fuori altre scuole, si è già provveduto a portare fuori altre attività di servizio, alle quali si poteva accedere benissimo anche se poste nel centro storico,  bastava organizzare gli accessi o altro come si è fatto con il funzionalissimo  parcheggio.

Come si è visto ci sono molti modi per aiutare a far morire un centro storico e l’amara constatazione  finale  è quella che i nostri piccoli ma antichi e splendidi centri storici hanno resistito nei secoli a terremoti , guerre e pestilenze, eventi atmosferici di ogni sorta, ma non resisteranno sicuramente all’ignoranza. 

Sarnano 8 gennaio 2001

Arch. Giuseppe Gentili

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Sempre sui centri storici

E’ da qualche settimana che, sul giornale “Il Messaggero”, leggo della competizione fra gli Amministratori dei Comuni delle Marche, su chi riuscirà per primo a far morire in via definitiva  i propri centri storici, concedendo incosciamente o coscientemente le autorizzazioni alla realizzazione di megacentri commerciali. Tali centri, a volte, sembra che vengano proposti in zone tali  da provocare un danno più sicuro e di maggior dimensione, e quindi vengono collocati in aree baricentriche a più Comuni, affinché con una fava si possano prendere non due, ma vari piccioni. Come si fa a non capire che costruendo centri commerciali di questo genere, nella realtà della urbanizzazione  marchigiana, si toglie ai centri storici la linfa vitale che li sorregge e che, di conseguenza, in questa maniera vengono portati con decisione verso l’eutanasia. Mettere in concorrenza un’ attività commerciale del centro storico, con un megacentro dove si concentra di tutto: dall’attività commerciale allo svago e divertimento, alla ristorazione, ai servizi  e quant’altro, significa svuotare i nostri storici paesi dalle condizioni per le quali nacquero, e cioè  la socialità, intesa come vita con tutti gli annessi ed attività  correlate. Ad un piccolo o anche grande commerciante, che fino a ieri ha mantenuto accese le luci nelle vie del proprio paese, non resterà che chiudere la porta ed andarsene. Il cittadino che risiede nel centro storico, quanto pensa di poter restare là,  quando non ci saranno più le attività commerciali, o i ristoranti, o il cinema, o i servizi ecc.  e le vetrine saranno spente?

Non si comprendono le azioni di alcuni Amministratori, che si spellano le mani per promettere la rinascita del centro storico mediante la risoluzione di tutti i problemi connessi, specialmente durante le elezioni, ( non c’è partito che nel programma elettorale non metta la risoluzione dei problemi del centro storico), e poi si compiacciono di aver nella propria città un centro commerciale più grande di quello del vicino.  Molti si  inventano  mercati e mercatini di ogni genere, manifestazioni storiche anche fasulle, oppure organizzano convegni per il rilancio economico-turistico-sociale del “bellissimo e conservatissimo” centro storico, dove  intervengono valenti architetti che fanno a gara per proporre soluzioni anche le più cervellotiche,   poi, si permette la costruzione di  centri commerciali di queste dimensioni e si pretende che il paese continui a vivere senza risentirne?  E’ vero che le tasse pagate da questi centri, fanno molto comodo alle magre casse di tutti i comuni e che con essi si riesce anche ad ottenere la realizzazione di qualche giardinetto pubblico,  ma ne vale il costo sociale?

E’ da tempo che si assiste a questa inarrestabile proliferazione di centri commerciali, ma nessuno ha mai preso una posizione, qualunque essa sia, sul problema: né gli ordini professionali degli Architetti e degli Ingegneri, che pensano magari  a quando potranno, anche loro, progettare una cosa del genere, ( ci proverò anch’ io), né gli ambientalisti che badano all’uccello ed alle foglie, tralasciando le necessità dell’uomo; né i sindacati, tanto solerti a difendere il posto di lavoro, non il lavoro; nessuno della sinistra, tanto premurosa nella difesa del sociale; né le associazioni dei commercianti, le quali se dicono qualche cosa,  la dicono piano e timidamente; ma neanche i giornali si interessano a tale problematica, se non per dare la notizia dell’apertura di un nuovo centro. Insomma nessuno, che io sappia, fa sentire seriamente la propria voce; si ascoltano in lontananza solo tenui ed inutili lamenti dei commercianti dei centri storici. Il centro commerciale per l’amministratore e per il “paesano” è il simbolo di modernità e di sviluppo per cui a Lui, con molta superficialità, si sacrifica la nostra storia. I cittadini poi si lamentano che nel centro storico non c’è più niente  e quindi vanno a comprarsi l’appartamentino in condomino vicino al centro commerciale.

Le superfici dei centri commerciali già in attività nelle Marche, basterebbero, in proporzione, per tutta l’Italia centrale. Si dovrebbe avere più consapevolezza che tutta la Regione Marche conta un milione cinquecentomila abitanti  circa, compresi gli extracomunitari e i turisti, ( questa bassa densità chiaramente è un gran bene), di conseguenza non possono esserci nella regione città con la necessità di “decongestione del centro storico” per eccesso di abitanti o di mobilità; i nostri paesi o città sono, come già detto una volta,  piccoli o grossi condomini, ma condomini. La “palazzina”  di Corviale a Roma conta cinquemila abitanti!.

L’abbandono dei centri storici da parte delle attività commerciali porterà ad un degrado di questi come quello ambientale  determinato nelle campagne e nelle aree interne della regione a causa del trasferimento di molti abitanti  lungo la costa.

Arch. Giuseppe Gentili

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GLI  ORTI DI  CAMERINO

Quando un centro  urbano, grande o piccolo che sia, si ritrova ad avere a disposizione qualche area non edificata, o di risulta oppure da riqualificare, sulla quale prevedere un intervento, su questa area cominciano a piovere le più svariate proposte,  una infinità di idee, sempre finalizzate ad interventi di tipo sociale e giustificate come necessità prioritaria e indispensabile. Queste proposte di solito sono aree verdi attrezzate a parco urbano con i tipici percorsi pedonali ecologici e per portatori di handicap, percorsi natura, percorsi intervallati da aree per mostre , manifestazioni culturali commerciali di ristoro eccetera ecc. Comunque si tratterà sempre di costruire qualche cosa o tridimensionale e se va bene su due dimensioni, per essere più chiari o volumetrie edilizie oppure parchi o giardini o luoghi di svago di vario genere anche molto ecologici che oggi vanno molto di moda, ma sempre il finale è quello di costruire. Queste destinazioni di uso possono essere valide per le grandi città, dove certe aree verdi sono rare o male organizzate, oppure insufficienti,di conseguenza prevedere nuove are verdi è sempre utili, anche perché in una città vera, per uscire dal costruito e poter passare un po’ di tempo in campagna è molto difficile sia per le distanze che per il traffico, che rende estremamente difficile la mobilità.

Se prendiamo in considerazione i centri urbani delle Marche anche grandi anche come Ancona,   Pesaro, con un quarto d’ora venti minuti, si è fuori dalla città e in mezzo alla campagna, dove c’è la natura vera, non il parco attrezzato, natura di marina, di collina o di montagna.

 Ora andiamo a considerare le aree sotto le mura di Camerino, aree abbandonate da anni, sulle quali è stato predisposto un progetto dall’Amministrazione Comunale di Camerino del quale sono venuto a conoscenza da un articolo sull’Appenino Camerte del 26 gennaio 2008  e stesso tema ripreso poi sull’Appenino Camerte del 9 febbraio 2008.

Progetto indiscutibile, forse utilissimo, forse no,  sicuramente anche ben studiato, ma progetto ovvio. Tutti avrebbero pensato di farci quello che poi è stato progettato.

Da qualche anno pensavo ad un uso particolare di queste aree ed ora dopo essere venuto a conoscenza del piano del Comune vorrei esporre la mia proposta:  in tutte le aree sotto le mura propongo di farci “gli orti per Camerino”. Si, gli orti, quelli veri non dimostrativi, gli orti per l’insalata, le cipolle,  prezzemolo, pomodori, zucchine,  ecc., forse anche qualche fiore per il mese dei morti, e vari alberi da frutto, che fiorirebbero nella primavera e sarebbero di grande decoro per le mura di Camerino, gli orti, inoltre, contribuirebbero all’economia familiare.

 In pratica  si dovrebbe assegnare  per alcuni anni, un certo metraggio di area al privato cittadino che la richiede, per una famiglia tipo bastano  100 mq,  e questo signore nel tempo libero, o perché pensionato  o quando gli pare, ci farà l’orto per casa.

Ora vediamo i benefici di una tale proposta, che come prima cosa non avrebbe grandi costi, anzi sarebbero molto ridotti:

 1) tutte le aree adiacenti alle mura di Camerino sarebbero ordinate e curate dagli stessi cittadini, ovviamente quelli che lo vorranno, e quindi non saranno più abbandonate o degradate.

 2) I cittadini che non sono portati a coltivare l’orto,  tramite un semplice percorso pedonale  utilizzato anche dagli ortolani, visiterebbero gli orti facendo piacevoli ed istruttive passeggiate tra la gente che coltiva, la socializzazione in questi casi è spontanea.

3) Si ridurrebbero le spese della gestione casalinga dei Camerinesi perché un orto può dare una rendita per una famiglia inimmaginabile, pensate a quanta roba in meno si comprerebbe, ( questo lo dico perché io l’orto ce l’ho, o per lo meno lo hanno mia madre e mia zia) .

4) daremmo un esempio alle giovani generazioni di  attaccamento alla terra, ( tutti i marchigiani di qualunque estrazione sociale sono attaccati in un modo o nell’altro alla terra, e molti la coltivano nel tempo libero, pur esercitando altre professioni ed attività) L’agricoltura è la prima attività indispensabile per la vita dell’uomo ( tutti per il pranzo e la cena debbono ricorrere ai prodotti della terra, anche i presidenti delle nazioni, anche il Papa, anche i parlatori e saltimbanchi e le prime donne della televisione e del cinema, anche i ricchi giocatori di pallone, ecc.ecc, tant’è che l’agricoltura è definita urbanisticamente “attività primaria”, ma dell’agricoltura se ne parla poco anzi pochissimo, sia in televisione che su i giornali, o alle riunioni culturali o di partito , si parla sempre di cose che a pranzo e a cena non si mangeranno; a  me piacciono gli agricoltori, perché, si, loro sono indispensabili, mentre tutti gli altri sono complementari, compresa la mia attività.

5) una domanda immediata sarebbe: l’acqua?, l’acqua si prende quella dei tetti delle case che stanno sulle mura, la si canalizza in depositi posti nelle aree degli orti, come è da studiare, e l’acqua ci sarebbe.

Gli orti sarebbero anche il segno di una riscoperta di valori veri e utili rispetto a tanta vacuità, e forse potrebbero diventare un buon esempio anche per altro.

Gli orti veri di Camerino,  sarebbero uno splendido esempio anche per altri paesi e città dove le aree libere potrebbero essere assegnate a tal fine per un certo numero di anni e risolvere molti problemi anche psico-sociali; inoltre intorno agli orti potrebbero nascere una infinità di iniziative didattiche, culturali, sociali, gastronomiche ecc,.

18 febbraio 2008

Giuseppe Gentili, architetto.

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ARCHITETTO-CONTADINO

L’AGRICOLTURA,  ATTIVITA’ PRIMARIA DIMENTICATA

In questo tempo nessuno prende coscienza che ogni giorno ognuno di noi, uomini e donne, miserabili e Re, Papa e presidente degli Stati Uniti, il più buono del mondo e il più delinquente  e tutti gli altri umani, dovranno nutrirsi dei prodotti della terra,  risultato del lavoro di un qualche agricoltore di un qualsiasi luogo.

 Eppure nessuno è cosciente di questa cosa, i cosiddetti mas-media esaltano ed enfatizzano i personaggi di attività effimere e di utilità molto relativa come: i teatrali, i saltimbanchi, canzonieri, gli pseudo-artisti, politicanti e anche i calciatori, capito !!  i calciatori, quelli che danno calci ad un palla definendolo lavoro, e tanti altri assimilabili a questo elenco, oltremodo presenti nella nostra epoca.
Il personaggio anonimo che fa l’agricoltore non viene neanche citato, cioè colui che se non producesse  nulla per gli altri, ma solo per se stesso, dopo qualche giorno renderebbe possibile la scomparsa dalla faccia della terra di tutti quelli come sopra descritti e tutti gli altri. Qualcuno direbbe : non  dopo due o tre giorni ma almeno 30 o anche di più, visto che i demagoghi di professione possono stare senza mangiare per lunghi periodi di tempo…….

I suddetti mas-media, video o stampa, personificati negli onniscienti e onnipotenti giornalisti, raramente parlano di agricoltura, di solito propongono programmi e scritti su come si cucinano i prodotti, perché questo fa élite, ma non su come si producono, non su chi li produce o su chi li dovrebbe produrre. Non propongono quella attività che, invece di essere dileggiata e posta ai margini, dovrebbe essere molto più conosciuta come “ attività primaria”, così come definita nell’ambito urbanistico. I saccenti giornalisti promuovono per i giovani attività definite culturali, di interesse sociale, sportivo ecc.; professioni forzatamente definite utili, mai propongono ai giovani l’agricoltura o attività connesse, mai esaltano il mestiere dell’agricoltore che pure produce il sostentamento anche per loro.

Ma, poveracci,  non ne sono coscienti. Per fortuna ogni tanto si sente di qualcuno, giovane o anziano, che si ravvede e  che abbandona una delle tante prestigiose attività suddette  per dedicarsi all’agricoltura  e oltretutto con grande soddisfazione.  Per fortuna ci sono anche professionisti, pochissimi per il vero, che oltre alla loro attività dedicano parte del loro tempo convintamene all’agricoltura. Qualche giorno fa all’appuntamento per una personale visita cardiologia, il cardiologo si è scusato del leggero ritardo perché aveva avuto problemi con il trattore. Chi sa curare la terra , meglio cura la persona,  e impara l’umiltà, qualità molto rara nei professionisti.

 Molti dei miei colleghi architetti pensano che la loro attività sia molto importante e al di sopra di tanti, si sentono artisti, gente di cultura, invece, forse, sarebbe meglio che fossero di coltura. I pochissimi architetti che vengono intervistati ( solo i luminari, i capisciotti ) e promossi dai vari media, si presentano con molta sufficienza, parlando con enfasi di cose inutili e ridicole, dimentichi o ignorantemente disconoscendo i valori della storia dell’architettura e le vere motivazioni di essa. La città poi è il luogo dove è infinitamente lontano il concetto che l’agricoltura sia l’attività primaria, in città  la maggior parte dei residenti non è neanche in grado di percepire il passare del tempo naturale, conoscono solo il tempo dell’orologio e pensano che quello sia quello vero. Forse quando staranno per morire,  in un lampo di  ritrovata lucidità, capiranno che si sono dimenticati di vivere. In città, dove sono vissuto per 20 anni, una buona parte dei  bambini pensa al supermercato come luogo di produzione  dell’alimentazione, dato che nessuno li porta a conoscere la terra. Forse questa crisi economica paramondiale un minimo di risveglio dei valori reali potrebbe anche portarlo, ma dubito fortemente, perché non sono riuscito a percepire la differenza di comportamenti dei lavoratori succitati durante questo periodo, in questi anni di crisi, sembra non essere cambiato nulla per loro. Ma quando ci sarà la crisi vera, cioè quella alimentare, quando i prodotti della terra cominceranno a scarseggiare o a costare carissimi, che è quello che io auspico per la riscossa morale e culturale degli agricoltori, scommetto che tutti allora se ne accorgeranno, comprese quelle molte professioni ritenute e promosse come importanti, qualificanti, allora  prenderanno coscienza dei valori. La scuola di ogni ordine e grado, iniziando dalla materna e fino alle università, dovrebbe insegnare l’agricoltura: far conoscere le aziende dove si producono gli alimenti e come si fa per produrli.  Dovrebbe esserci una specifica materia presente ad ogni livello di istruzione. Produrre alimenti è come respirare: pensiamoci. 

Un mio amico giapponese, Ichiro Fukuschima, amante della natura e forse esageratamente rispettoso di essa, mi ha definito “architetto-contadino” facendo riferimento al mio ambito di vita rurale. Mai gratificazione nei miei confronti è stata più  gradita e giudizio professionale più esaltante di questo.
Perché io parlo così come se mi sentissi fuori da questo modo di essere? semplicemente  perché io sono architetto-contadino, vivo in campagna, coltivo i campi anche se piccoli, oltre all’architettura, entro nei boschi, curo gli alberi da frutto e l’orto, zappo e poto le piante. Penso che tutte le professioni dovrebbero essere definite come “  ……….- contadino” allora potremo dire di aver preso coscienza anche della vita. 

Questo preambolo non è fine a se stesso è finalizzato ad una proposta che come architetto ho già fatto ad un Comune delle Marche qualche anno fa e che ovviamente è stata disconosciuta. Tutte le aree dei centri urbani che vengono definite come zone verdi, quelle di nuova costituzione, escluse quelle storiche , dovrebbero essere ridefinite  “agricole-urbane”, e come tali trattate. I cosiddetti  parchi urbani, o aree verdi per il tempo libero, o verde di quartiere, o definite come si vuole, inventate dalla pianificazione urbanistica del secolo scorso,  sono destinate per la maggior parte ad essere aree abbandonate, ad essere “res publica res nullius” cioè cosa di nessuno. Non guardiamo ai piccoli paesi dove la gente in fondo sente la cosa pubblica come privata, ma alle città, agli agglomerati metropolitani, dove queste aree quasi ovunque in Italia, sono la materializzazione del degrado della natura e deposito di rifiuti dell’uomo.

Gli orti al posto di queste aree risolverebbero molti problemi. I parchi storici ovviamente esclusi, ma le aree degli standard a verde delle lottizzazioni e delle ultime  urbanizzazioni,  quelle si dovrebbero essere trasformate in orti.

Qualche “capisciottu”  potrebbe subito far riferimento ai cosiddetti “ orti di guerra” dell’epoca fascista, ma quelli erano finalizzati all’autarchia, questi avrebbero come finalità la rivalutazione di una attività umana primaria e di grande dignità, svolta da uomini viventi  in ogni parte della Terra.
Basterebbe dare in gestione, a chi la richiede, e sarebbero tanti, un’area di cinquanta metri quadrati, o giù di li, facente parte di un sistema pianificato con viabilità pedonale acqua ed  energia elettrica e potremmo  ottenere i risultati seguenti:   

1) tutte le aree verdi sarebbero ordinate e curate dagli stessi cittadini, ovviamente quelli che lo vorranno. Di conseguenza questi spazi non sarebbero  più abbandonati,  degradati, sporchi  e depositi di immondizia. Non ci sarebbero spese per le amministrazioni pubbliche per la manutenzione. Gli alberi da frutto in primavera sarebbero fioriti e arrederebbero l’ambiente meglio delle piante dei parchi attuali, i terreni ben curati e con la vegetazione fiorente.

2) l’orto favorirebbe lo sviluppo di rapporti sociali,  poiché gli altri  cittadini  non  portati a coltivare l’orto,   tramite percorsi pedonali  utilizzati anche dagli ortolani, visiterebbero gli orti, facendo piacevoli ed istruttive passeggiate tra la gente coltivatrice, dialogando e socializzando spontaneamente e volentieri.

3) si contribuirebbe alla riduzione della spesa familiare  perché un orto può dare una ottima resa in prodotti vegetali, senza polemizzare, spero, sulla  riduzione del commercio del settore.

4) daremmo un esempio alle giovani generazioni di  attaccamento alla terra, senza il cui frutto si muore.

5) una domanda immediata sarebbe: l’acqua?, l’acqua si prende quella dei tetti delle case circostanti, riducendo così la portata delle fognature, facilitandone la depurazione. L’acqua verrebbe canalizza in depositi posti nelle aree degli orti e utilizzata da tutti.

Gli orti sarebbero anche la riscoperta di valori veri e utili rispetto a tanta vacuità; potrebbero essere uno splendido complemento per la città e per i piccoli paesi; si risolverebbero anche molti problemi  psico-sociali e di stress; inoltre intorno agli orti potrebbero nascere infinite iniziative didattiche, culturali, sociali, gastronomiche ecc,.

Una casa rurale nelle Marche,  porta una scritta sulla parete “ la terra non tradisce mai”,  evitiamo di definirla fascista.


20 gennaio 2012        
Giuseppe Gentili

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IL PAESAGGIO RURALE: PROSA E POESIA

Checchè se ne dica, tutti gli abitanti delle Marche sono di origine contadina, rurale, campagnola, compresi quelli che pur non coltivando o non avendo coltivato direttamente la terra ne erano i possidenti, signori a qualunque titolo, proprietari di vasti territori che hanno vissuto in contatto con i conduttori dei loro fondi e spesso alle spalle di contadini, mezzadri, coloni, giornalieri ecc. Quindi tutti hanno un certo sentimento positivo spero, una certa empatia spontanea verso il paesaggio rurale e la terra. Ho avuto la possibilità di conoscere una poesia ed una prosa, scritte da giovani marchigiani che esprimono secondo me con una estrema sintesi ma con altrettanto forte sentimento l’amore per questo ambiente rurale. La loro plurima lettura mi ha sempre lasciato una grande nostalgia e commozione nella rigenerazione di provate sensazioni. Profondo affetto verso i paesaggi rurali di questa terra.

Con l’autorizzazione degli autori ho allegato ai miei commenti questa prosa di un ragazzo di 12 anni e questa poesia di un giovane di 22 anni, perché siano condivise e perché le trovo delle vere architetture: stimolatrici di sentimenti e sensazioni, almeno per me, come non ho riscontrato in altre composizioni anche di illustri letterati.

 

 

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Conferenza

IL PAESAGGIO AGRICOLO STORICO MARCHIGIANO.
UN FUTURO NEGATO?

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paesaggio agricolo storico marchigiano

Le considerazioni che seguono sono riferite, nello specifico, al paesaggio agricolo Marchigiano, ma sono applicabili a tutti i paesaggi agricoli. Li chiamo paesaggi “agricoli” e non rurali perchè questi non sono un dono divino né il risultato di combinazioni di eventi naturali, ma il prodotto di secoli di intelligente e premuroso intervento dell’uomo, che ha saputo utilizzare i suoli lavorandoli e traendone la sussistenza, senza mai violenze  e squilibri tali da comprometterne la delicata esistenza.
L’insediamento umano in un qualunque territorio, si manifesta e si caratterizza immediatamente alla vista con la presenza di due  distinti elementi complementari: manufatti architettonici, cioè costruzioni a varia funzione, e la variegata geometria dei campi coltivati che nei secoli l’uomo con dura fatica ha strappato al bosco.
Il bosco rappresenta il tessuto connettivo di questi due caratteri, senza essere comunque per se stesso testimone di antropizzazione, salvo casi particolari.

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paesaggio agricolo storico marchigiano

Questi due elementi  essenziali,  architettura e coltivo, testimoniano e hanno sempre testimoniato nel tempo il progresso di una popolazione, caratterizzandone le epoche di maggiore o minore sviluppo. Calandoci nella realtà marchigiana, il paesaggio agricolo viene caratterizzato principalmente dalle variegate figure geometriche dei campi coltivati che si compongono libere e complesse di immediata percezione e fascino, definite dalla diversità delle colture e delimitate da filari di piante più o meno densi,  da case sparse o agglomerate in villaggi, paesi e piccole città.

L’immagine paesaggistica delle Marche, tanto cara a tutti, tempo a tempo scomparirà per l’avanzare incondizionato del bosco che si appropria spontaneamente dei terreni agricoli abbandonati, ricostituendo un fitto ambito boschivo, senza possibilità di ripristino dell’area coltivata, e quindi del paesaggio agricolo storico, perché secondo le attuali leggi forestali  il bosco può essere sfruttato ma non sradicato.

Se io volessi distruggere un bosco, sradicarlo, eliminarlo, le attuali  leggi statali o regionali in vigore me lo impedirebbero;  se volessi distruggere o trasformare un borgo rurale storico o un edificio storico, oppure demolirli per vendermi i materiali di risulta,  le leggi statali o regionali,  me lo impedirebbero; al contrario,  se volessi seminare o impiantare  essenze arboree da bosco, tipo carpine, ornello quercia, ecc, in una area agricola che fino a ieri era coltivata, un’area del genere caratterizzante il paesaggio agricolo storico marchigiano, non esiste nessuna legge che potrebbe impedirmelo, io sarei libero di rimboschire quello che voglio.

In questo caso io distruggerei una evidente traccia della civiltà umana agricola, che per secoli, ha testimoniato la presenza e lo sviluppo delle popolazioni insediate, tale e quale ai villaggi e gli edifici storici.

Credo ci sia  qualche cosa che non va!!!  Le diverse manifestazioni che  testimoniano lo sviluppo umano, dalla caverna in poi, sono trattate in maniera opposta.   

Lo Stato e la Regione Marche, con leggi appropriate, salvaguardano  quello che si definisce bene storico-architettonico, tutelandone la conservazione, favorendone la conoscenza, divulgandone l’immagine, a volte ne controlla perfino la destinazione d’uso impedendone la trasformazione in altro, e lo stesso Stato e Regione Marche non si preoccupano di tutelare, in maniera cogente, il sistema dei campi coltivati, il quale per abbandono,  negli anni può scomparire sotto una coltre boschiva che ne cancella la storia in via definitiva. ( Foto 3  paesaggio storico marchigiano inselvatichito- la valle di Terro)

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paesaggio storico marchigiano inselvatichito - la valle di Terro

Porto come esempio la valle di Terro, Sarnano. La valle come la vediamo adesso è ben diversa dall’immagine che avrebbe dato cinquanta anni fa, quando ancora erano ben evidenti i campi lavorati che l’uomo nella sua storia centenaria, fin dall’ alto medioevo, aveva ricavato dalla natura selvaggia,

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la valle di terro, “la Disperata”  dopo alcuni anni di abbandono

disboscando con grande fatica molte aree per farne luogo di colture indispensabili alla vita delle popolazioni. Ambienti rurali modellati secondo le necessità e testimoni della storia, che amministratori e legislatori regionali e nazionali, con discutibili visioni culturali e poco accorti, non hanno individuato come valore da mantenere e salvaguardare alla stessa maniera delle emergenze architettoniche e storiche.

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la valle di terro, “ la Disperata”  dopo 30 anni di abbandono

Al contrario, sono state approvate leggi in favore dell’inselvatichimento dell’ambiente, privilegiando una maniacale protezione del bosco tale da cancellare per sempre il risultato di centinaia di anni di lavoro agricolo, e non solo a Terro ma in molte altre aree rurali della regione che a breve, se non si prenderanno provvedimenti mirati alla salvaguardia, saranno destinate a diventare zone selvagge, completamente ricoperte dai boschi.

Quale elemento culturale si sta perdendo lo si può evidenziare a titolo esemplificativo con un toponimo che materializza la difficile vita rurale in queste zone. Il toponimo è riferito a un’area una volta coltivata e di proprietà della famiglia di Galoni Serafino, che veniva e viene ancora chiamato la Disperata. Già il nome definisce il carattere del sito, terreno con una forte pendenza che comunque era coltivato a vite, cereali e rare piante da frutto, dissodandolo manualmente senza neanche l’aiuto degli animali per l’impossibilità operativa di questi, ed oggi completamente coperto dal bosco, ineliminabile, anche se volessimo,con le leggi attuali di tutela.

Un’ architettura, un edificio, anche dopo centinaia di anni continua a testimoniare l’uomo,  quindi può essere restaurato, recuperato riportato alla luce con scavi archeologici, pubblicizzato e protetto come bene dell’umanità.  Un territorio agricolo abbandonato, dove in pochi anni vi ricresce il bosco, non potrà più testimoniare l’uomo, perché non sarà più possibile restaurarlo, ripeto restaurarlo, sradicandone la nuova vegetazione, perché questa cosiddetta naturalizzazione  è protetta e tutelata dalle leggi attuali.  Quindi due manifestazioni della cultura di una popolazione vengono trattate in due modi diversi: l’una potrà continuare a testimoniare la civiltà umana, mentre all’altra è preclusa l’esistenza in futuro.

Qualunque architettura,  qualunque edificio,  pur abbandonato per lungo tempo, può essere restaurato,  e riproporsi dopo come testimonianza di epoche passate, ai campi  coltivati  da secoli, questo non è concesso.

Se permettiamo che il territorio ritorni selvatico,  cancellando le tracce della coltivazione, annulleremo la nostra storia,   è come se tornassimo indietro di centinaia di anni.

Il paesaggio storico rurale deve essere  tutelato alla stessa maniera del patrimonio storico-architettonico, anche perché la storia non può prescindere l’uno dall’altro.
Propongo un esempio pratico.

La ricrescita spontanea di un bosco a volte condiziona fortemente anche l’intervento di restauro di un edificio storico, quando questo è insediato al suo interno, limitando i risultati e riducendo le sensazioni che tale edificio, pur restaurato, potrebbe suscitare.

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Roccacolonnalta San Ginesio, lato est

Prendiamo per esempio il castello di Roccacolonnalta, un castello del XII e XIII secolo situato nel Comune di San Ginesio,  all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini,  da secoli abbandonato, poi nell’anno 2000 abbiamo iniziato un restauro con il plauso di molti e le denunce di alcuni.

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Roccacolonnalta
vista aerea

L’area circostante è completamente coperta da boschi fino al limitare delle mura, coprendo anche le tracce della prima cinta fortificata. (Foto 6 - Roccacolonnalta vista aerea)

Nei certificati catastali degli anni fino al 1996, le aree di proprietà confinanti ad est erano classificate “pascolo cespuglioso e seminativo arborato” dopo gli anni 2000 il certificato catastale classifica le aree come bosco ceduo.

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Roccacolonnalta particolari restaurati

Durante i primi lavori di restauro chiedemmo alla Provincia di Macerata l’autorizzazione al taglio e lo  sradicamento del bosco, affinché l’immagine del castello, con intorno un prato senza bosco potesse essere più vicina a quello che era qualche decennio fa e sicuramente quello che era nel medioevo. L’autorizzazione fu negata per i motivi esposti prima: le leggi tutelano e favoriscono il ritorno allo stato selvatico del territorio, in questo caso a discapito del restauro di un bene storico-architettonico tutelato dalle leggi dello stesso Stato.

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Roccacolonnalta vista attuale da Pian di Pieca

Il restauro di un edificio di questo genere non si deve limitare alla sola conservazione muraria, ma deve poter ridare la sensazione di un ambiente composto di architettura e di area circostante, che dovrà essere  priva di alberatura di qualsiasi genere, il restauro deve farci rivivere le emozioni che la Rocca poteva suscitare con la sua immagine in cima alla collina, specialmente vista dalla piana di Pian di Pieca.

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Roccacolonnalta
vista notturna

Credo che un ottimo restauro sia quello che,   oltre al bene,  ci ripropone restaurato anche lo spazio in cui questo è inserito,  anche se spazio libero, vuoto,  alla fine   ci deve riproporre stimoli, sensazioni e sentimenti, allora potremo dire di aver fatto un buon lavoro. Certamente il bosco al limite delle mura della Rocca riduce e condiziona  sensazioni del genere.

Credo che i termini del problema siano stati chiariti, ma in sintesi li voglio riproporre:

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paesaggio storico agricolo marchigiano

Il paesaggio rurale storico, cioè quello fatto di campi coltivati, che  esiste da centinaia di anni, deve essere tutelato alla stessa maniera di come si tutelano i beni storico-architettonici, quindi come si effettua il restauro di un edificio antico, testimonianza del passato dell’uomo, così le leggi debbono permettere e stimolare  il restauro dei campi un tempo coltivati,  dai quali è stata tratta la sussistenza per lo sviluppo umano e per realizzare il bene storico-architettonico suddetto.

In pratica se un campo è stato abbandonato per qualche anno  e sono ricresciute spontaneamente le piante,  queste debbono poter essere estirpate, dico estirpate, eliminate,  non solo tagliate, per poter riproporre il campo da coltivare; questo si chiama anch’esso restauro di un bene culturale testimonianza della civiltà umana.

Si potrebbe obiettare che nessuno nel nostro tempo riuserà il campo per la coltivazione di prodotti agricoli, vista la sicura rimessa economica magari per l’esiguità  dell’area,  ma questo non è il solo scopo del restauro, la finalità non è solo la produzione agricola che potrebbe essere riattivata in quel campo, ma è il mantenere viva una componente fondamentale del paesaggio agricolo storico, componente che ne definisce  il carattere e l’unicità insieme a tante altre.

Facciamo un confronto con il restauro di un’ architettura  storica, per esempio il Colosseo di Roma che tutti conosciamo,  il restauro di un edificio del genere non ha la finalità di riproporne l’uso dopo i lavori, non si allestiranno gli spettacoli con i  gladiatori o le feste imperiali, allora siccome il restauro non è finalizzato all’utilizzo originale per questo motivo non si deve procedere al suo recupero ed alla sua conservazione? Ci facciamo ricrescere il bosco dentro o nell’intorno, lo scomponiamo e ci vendiamo i materiali? perché no?

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paesaggio storico agricolo  marchigiano

Le considerazioni fino qui svolte sono valide per qualunque paesaggio agricolo, ma maggiormente ed in maniera particolare per quello meraviglioso marchigiano.

Il paesaggio marchigiano è tanto  giustamente pubblicizzato dalla Regione Marche,  perfino utilizzando personaggi molto noti che non parlano neanche l’Italiano, pur di riuscire nello scopo, ma il grave problema e quello che questo particolare paesaggio è destinato a non avere un futuro, perché tra qualche anno quando la tradizione agricola marchigiana, innata nella popolazione, inizierà ad affievolirsi  e il numero degli agricoltori e delle superfici coltivate si ridurranno progressivamente, il territorio si ridurrà ad una immagine selvatica, senza più possibilità di riconversione.

Quindi da una parte si pubblicizza un tipo di paesaggio, dall’altra si impedisce che questo possa avere un futuro impedendone il restauro dopo qualche anno di abbandono. Il nostro ambiente agricolo resiste ancora,  anche perché, oltre agli agricoltori di professione, le aree, anche se di piccola entità, vengono coltivate o curate da gente di tradizione agricola ma di diversa professione, che allo stesso tempo fa le due cose, come me che tento di salvaguardare dal bosco i terreni su i quali i miei antenati hanno passato la loro vita, permettendo a me di vivere la mia. Un mio amico giapponese mi chiama architetto-contadino, e per fortuna non sono il solo, ci sono altri diversi professionisti, e non pochi, che nelle Marche oltre alla loro attività, dedicano parte del loro tempo convintamene all’agricoltura. Qualche tempo fa all’appuntamento per una personale visita cardiologia, il cardiologo si è scusato del leggero ritardo perché aveva avuto problemi con il trattore. Chi sa curare la terra, meglio cura la persona  e impara l’umiltà, qualità molto rara.

In conclusione auspico che lo Stato o almeno la Regione Marche modifichi  le attuali leggi sulla ricrescita spontanea del bosco al fine di permettere il restauro del paesaggio agricolo marchigiano con lo sradicamento della ricrescita, in quelle aree che nel catasto del dopo guerra, cioè nella cosiddetta levata del 1947 risultavano seminativi e pascoli.

Forse ho ripetuto per troppe volte gli stessi concetti, ma questi sono proprio quelli che volevo comunicare.

Grazie a tutti

Sarnano 29 settembre 2012
arch. Giuseppe Gentili

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ANALISI DEL CATALOGO DI FOTOGRAFIE DI EROS DE FINIS


L’affermazione del fotografo americano Leifer secondo la quale : “la fotografia non mostra la realtà, mostra l’idea che se ne ha” è una definizione che può essere riferita solo ad un artista tradizionale, un uomo, e non alla fotografia che invece mostra solo la realtà. L’uomo che manovra la macchina fotografica sceglie le diverse realtà da mostrare.

L’uomo-artista tradizionale, invece, di fronte alla realtà, percepisce la parte che poi rappresenta a seconda della propria storia, culturale e spiritualità: la trasforma ed evidenzia quello che per lui è più importante di altro, ne esalta gli aspetti più nascosti partecipandoli all’osservatore. Nella fotografia fatta da una macchina, la realtà è proprio quella che viene rappresentata, non ci sono dubbi a meno di manipolazioni per cui poi non è più fotografia. Solo che un buon fotografo coglie le parti della realtà che altri non percepirebbero spontaneamente, ma sempre realtà è.

La fotografia è la riproduzione perfetta di un attimo del reale, che l’attimo dopo non è più; le componenti di quel reale, l’attimo dopo e successivamente non esisteranno più allo stesso modo. Per questo la fotografia è diversa dall’arte tradizionale, il fotografo bravo è quello che coglie quell’attimo particolare che di solito sfugge agli altri. Se osservo una foto di un bambino, quello non è l’uomo che poi si svilupperà, ma è un essere che esiste solo in quel momento, per poi scomparire per sempre. l’attimo dopo di quel momento il bambino è un altro, poi un altro, e un altro ancora: questi attimi diventeranno la vita dell’uomo. In fotografia gli attimi sono le tante realtà, una sequenza di realtà, non l’idea che si ha delle stesse. Il fissare, contornare questi attimi, che altrimenti sfuggirebbero alla vista dell’uomo, è il pregio della fotografia.

La fotografia di Eros è il cogliere uno dei tanti attimi del mondo, unici ed irripetibili e fissarli nell’immagine; la sensazione che ne deriva è stimolata dalla evidenziazione dell’ attimo della realtà di quel contesto e dalla dimensione fisica rappresentata nell’attimo. Il contesto potrebbe essere molto più ampio, anzi lo è, ma la sua fotografia ne rappresenta una parte che diventa l’acronimo del contesto, sollecitando quelle sensazioni che altrimenti in una visione globale dello stesso non si produrrebbero.
Non tutte le foto del catalogo portano a queste conseguenze sensoriali, ma solo quelle di alcune sezioni.

Non condivido il dare il nome alla foto. Dare un nome alla foto vuol dire indirizzare in una direzione l’interpretazione dell’immagine, il che già di per sé ne limita la potenzialità. Inoltre il titolo serve solo nel caso della presenza di un critico in questo caso dell’arte fotografica, il quale per giustificare la propria esistenza ne darebbe la spiegazione “ autentica” sia del titolo che della fotografia. Ma una qualsiasi vera manifestazione artistica è di percezione immediata e diretta, a prescindere dal tramite del critico. Quindi i titoli, plurimi anche di una stessa foto, se necessario dovrebbero metterli gli osservatori caso per caso a seconda della propria interpretazione. Credo che i commenti, anche di illustri critici o presentatori, rappresentino solo le loro sensazioni, il loro punto di vista, sarebbe stato più interessante il commento e la spiegazione dell’autore Eros, senza tramite. Il messaggio artistico, quindi trascendente, deve essere di percezione immediata e diretta, a prescindere dal tramite del critico.

Alcune sezioni del catalogo possono ben rappresentare piacevoli esempi di decorazione parietale per la quale non c’è bisogno di titoli o interpretazioni: è solo buona decorazione. La sezione definita “Impressioni” è decorazione, anche se derivata dalla fotografia. Anche alcune parti della sezione “il sogno della ragione” e “libertà” potrebbero essere ascritte alla decorazione.

La sezione “Inverno” è quella che più di altre materializza le definizioni suddette attimi di parti di contesto irripetibili e nelle quali possiamo sentire la presenza del tempo: lento o veloce comunque in essere.

“Al tempo unita vola la vita” e “Sincretismo marchigiano” e parte di “Terra magica” è quello che avevo definito come insieme di attimi irripetibili che costituiscono la vita e che la fotografia di Eros ne ha fissato l’esistenza.

Però, non solo le sensazioni tristi o nostalgiche rappresentano la vita, forse captano più l’interesse dell’osservatore, potrebbero sembrare anche più artistiche, ma nel catalogo potevano trovare posto anche sensazioni più gioiose, dinamiche e serene, che sicuramente Eros avrà fissato nella fotografia in qualche tempo; l’arte, qualunque essa sia, è meglio che stimoli amore per la vita felice e speranza per il futuro, le cose tristi l’uomo le sperimenta da solo, non ha bisogno di stimoli.

Questo commento è quello che il catalogo fotografico di Eros De Finis mi ha indotto, non è un commento da critico, ma solo la sensazione di un osservatore qualunque, e il pregio di queste fotografie è proprio questo: stimolare uno stato d’animo ed una riflessione.

18 febbraio 2013

Giuseppe Gentili

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ARTE E ARTISTA

L’artista, nel linguaggio popolare, è colui che sa fare le cose meglio degli altri: un fabbro lavora il ferro meglio degli altri, uno scultore realizza sculture più belle degli altri, un cantante canta meglio degli altri, ecc. ecc.. Quindi l’artista, etimologicamente e storicamente, è colui che sa fare bene un qualche cosa e la sa fare meglio degli altri, è un esperto in una determinata produzione, è super: è un artista.

“Ars, artis”, in latino vuol dire: mestiere , professione, arte.

“Artifex” è l’uomo artista, artigiano, maestro, autore.

L’artista è sempre stato quello che dagli albori della civiltà fino a ieri, è in grado di fare le cose benissimo che travalicavano la mera funzione per aggiungere quel di più, quel distintivo, quell’espressivo, quel narrativo, quella bravura, quello che poi sarà definito valore artistico, cioè anima, materializzazione del sentimento, trascendenza nella materia; tutto fatto in funzione di una committenza. L’artista è stato identificato nei secoli come la persona capace di realizzare una delle tante cose necessarie a soddisfare il corpo dell’uomo contemporaneamente il suo spirito. Non esiste artista senza committente, cioè senza l’uomo al quale è rivolta l’opera commissionata all’artista. Il contatto tra artista e committente è stato sempre diretto, perché il messaggio espresso dall’oggetto prodotto dall’artista è immediatamente riconoscibile dal committente, è utile, è necessario, appagante, ammirevole.

La produzione artistica, nei tempi passati, non ha mai avuto necessità di essere spiegata, tantomeno a priori, prima dell’esposizione al pubblico. Oltre al committente, il popolo spettatore-fruitore ne dava il giusto valore e riconoscimento al solo contatto con l’opera, sia essa letteraria, musicale, teatrale, pittorica, scultorea, architettonica ecc, decretandone direttamente il valore, magari incompreso ma inconsciamente empatico, o il rifiuto, l’inutilità, o la fattezza sommaria e insignificante. In sintesi qualunque opera se non piaceva veniva dichiaratamente rifiutata.
Tutt’oggi nei contratti per la realizzazione di opere edilizie, ogni singolo intervento da parte di maestranze viene caratterizzato dalla dicitura “a perfetta regola d’arte” altrimenti il lavoro potrebbe essere rifiutato o non pagato, questo ad evidenziare quanto il lavoro in modo artistico assume tutt’ora il significato di ben fatto, perfetto, superiore.

Questo fino a ieri, oggi, nel nostro tempo, molte delle attività definite artistiche hanno bisogno prima di essere proposte o dopo, di una nuova figura: il critico d’arte. Attraverso lui e la sua recensione, un’opera acquista valore o meno, a prescindere sia dal valore intrinseco che dalla gente, dal pubblico fruitore, dal committente e dall’opera. Anzi dal secolo scorso in poi, per alcune arti, non c’è più bisogno neanche del committente, serve solo l’artista, il critico e il gallerista cioè il proponente. Il fruitore massificato e di solito incompetente, accetterà o rifiuterà l’opera a seconda del giudizio della critica e di come questo viene proposto.

Quindi la critica, nelle sue più svariate declinazioni, determina il successo o meno di ogni opera, rare sono le eccezioni cioè successo in barba al commento del critico. Tutto ciò è più evidente specialmente in alcune arti, come: la pittura, scultura, architettura e simili. Nella musica, se questa non piace al pubblico, la critica può fare ben poco o nulla.

L’arte moderna e specialmente la contemporanea, la pittura, in parte anche la scultura, senza un critico d’arte e un gallerista non avrebbe avuto e non avrebbe tutt’ora mercato. Il critico ne deve certificare il valore specialmente economico nel tempo, ammantato con un qualche cosa di espressività interiore, legata alla condizione culturale specialmente della società; nel contempo il gallerista ne veicola la conoscenza tra la gente di ogni parte geografica. L’acquirente, non il committente che non c’è, fa propria l’opera sulla spinta del critico d’arte, il quale ne certifica il valore artistico ed il crescente valore economico, il compratore spera nel solo incremento di valore economico, senza una propria opinione sull’opera.

Questa è la condizione e la funzione per cui il critico e il gallerista coesistono e decretano il valore dell’artista da promuovere a seconda delle necessità del mercato in quella città o nell’area di loro interesse (esperienze personali). Sinteticamente con la inconscia complicità dell’ignoranza (senso latino) dell’acquirente si lancia un artista. Gli artisti pittori o scultori di oggi, sono convinti che debbono manifestare, dire qualche cosa alla società e per tale fine inventano le cose più assurde, purché facciano effetto e scalpore con l’obbiettivo della notorietà equivalente di conseguenza a valore economico dell’oggetto realizzato. Non cito di proposito alcune opere indecenti proposte come opere d’arte. L’arte pittorico-scultorea, (meno l’architettura, costa troppo) attuale è un qualche cosa che si sviluppa e si materializza entro cerchie ristrette, tra alcuni personaggi precisi e alquanto inutili complessivamente: a) l’artista, che crede di avere qualche cosa da dire alla società molto più importante ed interessante di altri; b) il critico d’arte, che a sua scelta insindacabile in compagnia del gallerista ne decreta il valore artistico e commerciale; c) l’acquirente, definito anche collezionista, pseudoacculturato o meno che acquista l’opera. “Noi siamo la cultura e il popolo non è niente”, parafrasando in maniera meno incisiva, la frase del Marchese del Grillo dall’omonimo film, direbbero i tre elementi succitati, escluso il collezionista che di solito è quello che paga e che detto in dialetto “ io non ce capiscio cosa!”.

Di fronte ad un’ opera artistica del genere suddetto, una cosiddetta opera d’arte del nostro tempo, credo tutti abbiano ascoltato la frase o l’avranno pensata, “…questo lo sapevo fare anch’ io…” Non parlo delle cose che si vedono alla Biennale di Venezia.

Ora se chiamiamo arte quello che la gente potrebbe farsi da sola oppure che non capisce, perché ha bisogno di qualcuno che la spieghi, oppure perché è riferita a cose che non servono in ogni caso, vuol dire che l’arte, qualunque arte da spiegare, non è fatta per l’uomo, allora per chi è fatta??? A che serve????

Le sofferenze interiori e le varie fisime ed idiosincrasie (raramente le gioie), vere o di comodo, di molti cosiddetti artisti che vengono a giustificare quello che viene rappresentato a due dimensioni o a tre dimensioni, forse sarebbe meglio che se le tenessero per loro nei loro spazi privati. Perché si dovrebbe acquistare un problema o anche una pseudogioia di uno di questi che si definiscono artisti?

Forse il cosiddetto artista potrebbe anche andare a fare un altro lavoro, magari più utile per lui e per la società, magari tirandosi dietro anche il critico e il gallerista.
L’arte, quella tramandata dalla storia, è un’altra cosa, non usiamo la stessa parola per cose molto diverse, potrebbe confondere, anzi confonde, e non senza scopo.

Quella che viene definita “arte moderna” o “arte contemporanea”, sia se si tratti di pittura che di scultura, potrebbe tornare ad avere una sua specifica funzione, quella di complemento all’architettura, decorazione agli edifici, agli spazi interni e all’ esterne. L’arte moderna o contemporanea, non dovrebbe essere più chiamata “arte” in senso storico ma semplicemente decorazione e gli esecutori dovrebbero essere chiamati “decoratori” ai fini di spazi architettonici.

La decorazione pittorica o scultorea dovrebbe ritornare ad essere una componente fondamentale dell’architettura. La decorazione ha sempre fatto parte di qualunque architettura, edificio privato o pubblico che sia, si potrebbe dire fin da quando l’uomo abitava nella grotta. Certamente i disegni parietali delle grotte di Lascaux non erano certo fatti affinché gli uomini del nostro secolo potessero vedere i tipi di animali presenti in quell’epoca (17.500 anni fa, circa) ma servivano alla decorazione del complesso di grotte, a prescindere dalla finalità funzionale. Dal periodo razionalista cioè dalla nascita del movimento moderno in architettura la decorazione è scomparsa colori compresi. La cosiddetta arte moderna o contemporanea dovrebbe essere di complemento, come decorazione, all’architettura contemporanea. Le pitture grottesche della Domus Aurea di Nerone sono decorazioni di spazi architettonici e come tali sono stati riproposti quasi fino ai nostri tempi. La decorazione invade e stimola i sensi, l’arte pervade e stimola lo spirito, il sentimento: ecco perché l’una è decorazione l’altra è arte. Sono attività diverse. Quella che viene definita “arte moderna”, per la maggior parte è decorazione, quasi sempre inutile, non applicata, ma potrebbe benissimo esserlo, senza sentirsi subalterno all’artista della storia dell’arte, il decoratore è solo un’altro professionista che fa un’ altra attività.

L’ARTISTA

L’artista non è una professione; l’artista è colui che ha realizzato un’opera d’arte; l’opera d’arte è tale se si rivela come prodotto unico della espressività e capacità umana realizzata secondo canoni come sopra descritti; il prossimo prodotto, anche se fatto dalla stessa persona, potrebbe non avere le caratteristiche per le quali essere definito opera d’arte; quindi la persona che realizza un’opera d’arte potrebbe realizzarne solo una, e per questo l’artista non è una professione. E’ sbagliato dire vorrei fare l’artista, oppure da grande vorrei fare l’artista, oppure noi artisti e così via.

L’ARTISTA NON E’ UNA PROFESSIONE, L’ARTISTA E’ LA DEFINIZIONE CONSEGUENZIALE RIFERITA ALL’AUTORE DI UN’OPERA D’ARTE E SOLO PER QUELL’OPERA D’ARTE.

 

7 maggio 2013

Giuseppe Gentili

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ARCHITETTURA GLOBALIZZATA

E’ solo una questione di tempo (non il tempo della vita di un uomo, quello un po’ più ampio della natura) ma la globalizzazione logistico-funzionale del pensiero e delle attività umane, sarà realtà. Abbiamo prima iniziato ad unificare le piccoli tribù dell’uomo della caverna, per passare poi agli agglomerati più grossi di caverne, poi agglomerato di villaggi, poi le città, quindi le regioni, gli stati, i continenti, e alla fine avremo il mondo unificato.

Cosa molto buona, forse utopistica ma auspicabile per la convivenza funzionale e pacifica dell’uomo, che in fondo è simile su tutta la terra, simile lui, ma non la terra; lui poi non è del tutto uguale agli altri, ogni uomo è diverso dall’altro.

La diversità geografica ha condizionato e determinato le caratteristiche somatiche delle diverse popolazioni sulla terra, le cosiddette etnie.

Quello che nella storia, dall’inizio della vita umana, ha sempre individuato l’uomo e la sua cultura è stata la caratterizzazione architettonica dei suoi manufatti, civili, militari e religiosi, i quali si distinguevano spiccatamente uno dall’altro, proprio per le specificità formali e funzionali dettate oltre che dalla propria storia dal posto che l’uomo occupava sulla terra.

Dalla seconda metà del ‘900 in poi, invece, tutta l’architettura è uguale per tutti gli uomini della terra, o per lo meno tende ad esserlo.

Ogni progetto di architettura redatto nel nostro tempo può essere benissimo posto in ogni luogo del mondo senza che la collocazione lo influenzi in alcun modo, e senza che l’architettura si ponga a protezione degli eventi atmosferici tipici dei luoghi. La cosa peggiore di questo modo di intendere l’architettura è che non si distingue più la cultura storica tradizionale di un popolo, né si fa caso alle caratteristiche atmosferiche di quella latitudine.

C’è una omologazione, nel nome della democrazia, per cui tutti i popoli debbono essere uguali, per cui anche l’architettura deve seguire questo concetto. Di conseguenza l’architettura è uguale sia nel deserto che nei paesi tropicali sia dove c’è l’uragano sia dove c’è il terremoto, sia dove ci sono i monsoni sia nel deserto della California, al centro dell’Africa come nei dintorni del polo nord. Nel 2001 sono stato in Cina, sperando di vedere la diversità in architettura oltre a quella etnica, invece ho visto che stavano demolendo tutto quello che era cinese per costruire con lo stile internazionale occidentale omologato.

Però, nel mondo, volenti o nolenti ci sono etnie che tutt’ora continuano nella loro specificità, ci sono luoghi geografici diversi con diverse manifestazioni atmosferiche.

L’etnia non può essere modificata da nessuno, a prescindere dalla volontà di chi pretende che un uomo dell’Africa o della Cina o della Mongolia o dell’Europa o di quello che vi pare, sia uguale all’altro. L’uguaglianza nelle diverse etnie c’è, è insita, è quella della dignità dell’uomo creato con lo stesso valore in ogni parte del mondo, questo è inconfutabile e deve restare integro, ma è ridicolo disconoscere le particolarità delle etnie: tutte obbligatoriamente rispettabili nei loro caratteri costituzionali e tutte diverse. Il peggiore razzismo è quello di omologare falsamente ogni uomo ad una stessa caratteristica come se fossero uguali.

Ho sentito un giornalista che raccontava di un uomo del continente africano, che quando lui saccente europeo gli ha comunicato che veniva dall’Italia, l’uomo gli ha chiesto quanti giorni di cammino ci aveva impiegato per arrivare li. Questo è un modo per negare l’etnia.

Nelle manifestazioni architettoniche le differenze tra i popoli sono state sempre molto evidenti, almeno fino a quest’ultimo secolo, è proprio nel campo dell’architettura, cioè in quel sistema operativo che l’uomo ha sviluppato nel tempo per difendersi dalla natura, quello di costruirsi un riparo, una casa; difesa dalla natura intesa in senso lato: da altri abitanti del luogo, da animali, da manifestazioni atmosferiche, vulcaniche, sismiche e da altre cose che fanno parte della vita sulla terra, ecc., ecc.

Le architetture, che fino al secolo scorso sono state da tempi immemorabili, distintive e individuabili nelle caratterizzazioni costruttive e formali per adeguarsi alla geografia ed alle diverse culture etniche, stanno forzatamente ed irrazionalmente unificandosi, in una unica concezione architettonica sia funzionale che formale, tendente oltremodo a prescindere dall’uomo, dalla natura e ancora peggio con finalità per la maggior parte autocelebrative.

Si è perso il concetto il significato di identità in architettura e non solo, si è persa l’identità.
L’identità non è contro nessuno ma se uno la perde, non sarà più in grado di sapere chi è e non si riconoscerà in nulla. Chi non è cosciente della propria identità non sarà in grado di riconoscere quella di un altro. Il fondamentalismo non è identità è mancanza di conoscenza e sicurezza della propria.

Grave errore e demente omologazione, perché comunque anche se non l’uomo, ma il luogo geografico resterà per fortuna diverso e per viverci ci si dovrà difendere dalle caratteristiche manifestazioni naturali di esso, le quali non sempre sono confacenti o adatte alla vita umana unificata, anzi sicuramente non lo sono, ma nel nostro tempo superilluminista c’è la convinzione che si possa fare tutto in ogni luogo, a prescindere da tutto.

Oggi una parte degli uomini acculturati, quelli che tentano di formare il pensiero dominante, crede che la scienza può soprastare la natura, quindi l’uomo è in grado di modificare il mondo e fare di tutto senza adeguarsi minimamente alle latitudini e longitudini della terra. Un esempio che capita ogni inverno è che anche se nevica e c’è un tempo da lupi bisogna muoversi con l’auto e percorrere le autostrade con le conseguenze conosciute. Quando l’uomo aveva della natura una concezione di dipendenza, se il tempo non lo permetteva si stava a casa aspettando migliori condizioni atmosferiche.

Facciamo una sintesi delle diversità geografiche: aree polari, temperate e tropicali, poi all’interno di ogni area troviamo aree più piovose più secche, franose, vulcaniche, soggette a terremoti, ad uragani, allagamenti, maremoti e molte altre specializzazioni locali.

Ora una sintesi delle aree culturali: europee, asiatiche, arabe, indiane, eschimesi, africane, etc, etc, etc, tralasciandone altre e centinaia di sottogruppi.

Nell’ambito di tutto questo il “sapiens” pretende e vuole costruire le architetture in maniera pressoché simile in ogni luogo, a prescindere da quello per cui l’architettura è nata: difendersi prima di tutto dalle condizioni atmosferiche ed ambientali caratteristiche di quell’area, altrimenti le attività umane si svolgerebbero all’aperto in ogni stagione, come quelle degli animali o delle piante senza bisogno di architettura, magari usando solo le macchine, ma senza architettura; invece l’architettura è vitale oggi come lo era per i popoli primitivi, ma al contrario di essi l’architettura contemporanea non prende in considerazione l’ambiente, se non a fini speculativi, economici.

Il sapiens illuminato considera il suo tempo come se fosse il tempo dell’ universo, quindi quando vede che in un luogo non c’è più il fiume da cento anni, costruisce sull’ex letto, poi il fiume torna e si porta via l’uomo e i suoi manufatti e tutti a dire che il mondo è cambiato, non che l’uomo è stupido.

Nelle zone sismiche si compete con la natura, si progettano case sempre più resistenti al sisma, poi ne arriva uno più potente e crolla tutto. Nelle zone soggette ad uragani si continua a costruire leggere case in legno che ogni volta il vento si porta via, però l’uomo le ricostruisce uguali; con la natura non si compete, l’uomo presuntuoso soccomberà sempre.

La conclusione di tutto questo discorso? ……………Molte conclusioni, ad ognuno la sua.

10 ottobre 2013

Giuseppe Gentili

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IL GRATTACIELO, LOGO DELL’ARCHITETTURA GLOBALIZZATA

Non riesco a comprendere perché un uomo normale dovrebbe andare ad abitare o lavorare a 400 – 500 metri ed oltre dal livello del terreno naturale. Perché si deve vivere in un ambiente dove perfino l’aria  è tecnologicamente trattata, senza potersi affacciare da una finestra, in un clima che potrebbe essere quello di un pianeta contrario alla vita umana dove l’uomo non potrebbe vivere. Invece viviamo sulla terra, il pianeta adatto e generatore dell’uomo: però cosa si fa? si va a vivere ed operare in un altro pianeta, dove tutto, tutto, è artificiale: il grattacielo.

Oltretutto dal duecentesimo piano ci fosse un panorama splendido, unico, invisibile a terra, invece questi edifici nascono,  in città dove da qualunque quota le si guardi, sono sempre squallide, solo che con l’altezza lo squallore sembra più piccolo.

Il grattacielo è stato assunto come il simbolo della città moderna, ma di più è il simbolo per eccellenza dell’ambizione dell’uomo proiettata al raggiungimento del solo scopo economico speculativo. L’essere umano è capace di grandi imprese, ma è anche capace di grandi imprese stupide: il grattacielo è una di queste. L’architettura non può prescindere dal rapporto con l’uomo se questo rapporto dimensionale e funzionale non c’è più, questa non è architettura; sarà una cosa utile alla speculazione, ma non è architettura checchè ne dicano illustri architetti.
Se tutti questi soldi fossero spesi a livello terra per risolvere i problemi generali logistici vitali delle gente, questo sarebbe progresso e architettura finalizzata all’uomo non al soldo.  

L’ultima tendenza demente è quella di costruire sui grattacieli una piastra con riprodotta una parte di natura a qualche centinaio di metri da terra, con giardini, piscine percorsi jogging, musei, ecc.  Vedere Marina BaySands che si affaccia sul mare della Cina del sud, Singapore, o il Sand SkyPark)  Definite architetture avveniristiche, fantascientifiche, credo siano solo sceme. La Cina è talmente grande anche se la popolazione è tanta che i cinesi potrebbero tranquillamente fruire della natura con tutte le sue attrezzature al livello terra. Questa non è architettura.

Oltretutto la grande mole di questi edifici crea notevoli problemi alla fruizione degli spazi tanto che i grattacieli non risultano abitabili dal 25% al 40% dell'altezza totale (si veda il grafico sottostante).


      cliccare per ingrandire

12 ottobre 2013
Giuseppe Gentili

 

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EDIFICI CONTEMPORANEI
senza storia per il futuro

Nel 1982 alcuni amici di Sarnano mi regalarono un libro dal titolo “Maledetti Architetti” di Tom Wolfe. Fu una lettura illuminante per me, squarciò il velo  come si suol dire. Durante gli anni dell’Università, dal 1967 al 1973 nella Facoltà di Architettura alla Sapienza di Roma, ci avevano fatto un bel lavaggio del cervello a nostra insaputa, a me, sicuro. L’architettura doveva essere senza colore e senza decorazione, il colore predominante e praticamente unico doveva essere il bianco, le arcate bandite perché erano un riferimento al passato, vietato qualunque riferimento al passato. I maestri a cui ispirarsi erano esclusivamente Le Corbusier,  Mies van de Rohe, Gropius e pochi altri, vietata qualsiasi decorazione esterna o interna pittorica o a rilievo.

"Ornamento e delitto" il famoso commento dell'architetto Adolf Loos uno dei precursori del razionalismo e poi esponente di spicco al pari dei suddetti.

L’architettura più triste e squallida prodotta nella  storia.

Da questo cosiddetto movimento moderno dell’architettura,  nato  tra le due guerre, sono scaturite  conseguenze nefaste per l’architettura mondiale, “l’International Style” e specialmente per quella Italiana dal dopoguerra fino ai nostri giorni o quasi. Gli speculatori hanno preso ad esempio il suddetto movimento e con la scusa che si produceva architettura moderna, hanno eliminato qualunque decorazione, colore e sculture  dagli edifici, risparmiando in questo modo una immensità di danaro costruendo edifici e squallide città.

Il calcestruzzo, messaggio di Le Corbusier,  “le beton brut” le nervature a vista della struttura, doveva essere lasciato senza intonaco ne colore, il massimo della speculazione dagli anni ’50 - ‘60 e a seguire. I costruttori di ogni ceto economico, sia in piccoli  Comuni  che in grandi città, hanno realizzato edifici con lo stesso carattere, sia se progettati da architetti che da ingegneri e  da geometri. In tutte le periferie delle città Italiane, le architetture costruite appena fuori dai centri storici  e qualche volta anche all’interno di essi,  sono figlie di queste concezioni progettuali. Non che una brutta architettura decorata diventi immediatamente accettabile per questo, ma la suddetta storia ha avuto un grande peso.

Però, la colpa di una architettura contemporanea per la maggior parte indecente, è anche colpa dell’uomo acquirente e dei cosiddetti mass media. L’uomo acquirente  se deve acquistare una casa o un edificio la prima cosa che chiede è quanto costa, la seconda quanto è grande in mq, finito, se i due termini soddisfano il compratore la cosa è fatta, nessun accenno all’estetica, alla forma, alla cura dei particolari ai materiali alla decorazione e perfino silenzio sulla funzionalità, ecc, cioè nessun esame all’architettura dell’immobile. Storia simile per gli edifici pubblici da parte degli amministratori, al massimo critiche dalle opposizioni per definizione non per merito.

Se si trattasse di comprare un vestito la parte estetica avrebbe la prevalenza su tutte le altre caratteristiche, poiché tutti sono educati dalla televisione, giornali ecc sulla moda sullo stile, sul deve piacermi. Se si trattasse di scegliere un ristorante con le sue ricette, stessa storia non si guarderebbe alla quantità del cibo in rapporto al costo, ma alla qualità del cibo ed alla sua bontà, al suo gusto, al nome,  anche allo stile del locale in alcuni casi.

In architettura, no, nessuno si è mai ribellato alle tristi ed anonime case  contemporanee delle periferie, edifici pubblici compresi, nessuno ha mai richiesto i soldi indietro perché la casa non funziona bene o il pubblico edificio è costato troppo e non è adatto al servizio che deve assolvere. Al ristorante ci si ribella e per l’abbigliamento si riconsegna il capo.

Un ambiente architettonicamente degradato, ed esteticamente respingente, determina la qualità della vita e determina gli atteggiamenti degli abitanti.

La cultura architettonica dovrebbe essere materia di insegnamento fin dalle scuole elementari, come se fosse un linguaggio diverso da quello parlato ma altrettanto importante  e dal quale non si può prescindere per poter formare una cultura che valorizzi sia l’ambiente che il rispetto per l’uomo. 

Novembre 2013

Giuseppe Gentili 

 

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VER SACRUM
LA NUOVA PRIMAVERA DELL’ ARCHITETTURA

C’é l’impellente necessità di ritrovare una direzione, una dimensione  umana nel progetto architettonico, una riscoperta  d’identità.

Al bando l’architettura dalle superdimensioni  o  quella spettacolare appariscente  impressionante  inutilmente costosa autocelebrante, o anonima insignificante, fatta per la speculazione e non per la vita dell’uomo, producente ambienti urbani  degradati non rispettosi della  natura o fuori dalla dimensione umana.

Questa architettura dovrà essere rifiutata dall’uomo stesso, perché lui avrà preso coscienza che la dimensione di riferimento è lui nella natura.

Non “Decostruire” ma “Ricostruire”

Non il caos ma “l’ Ordine Disordinato e Decorato della Natura”

Sezessionstil -1898 -

“Ver Sacrum 21°”  un nuovo senso estetico, una rinnovata  integrazione delle arti per uno spazio a dimensione umana, fatto per le necessità degli uomini e per  i loro sentimenti non per le loro  vanità,  e che non prescinda dalle origini.

Coscienza di vivere sulla terra, no in un altro mondo, l’uomo è della terra.

Dalla grotta al grattacielo si è perso l’uomo. Il fine attuale è la speculazione economica non più la necessità architettonica.

Gli architetti, gli ingegneri  e  le Accademie di Belle Arti, dovranno ricostituire questo nuovo (storico) modo di progettare per l’uomo,  dove l’architettura dovrà essere:  funzione, tecnologia, ornamento e sentimento.
Anche il più piccolo progetto fino alla grande opera  sia nel privato che nel pubblico  dovrà contenere il segno delle  tre competenze, delle tre figure.  In questo modo si potrà formare  un nuovo senso estetico di base per modificare, come valore condiviso, l’ambiente costruito, la nuova architettura, da cui deriverà una migliore qualità della vita.  
Una rinata integrazione dell’architettura con le arti figurative e la tecnologia, una fusione delle arti,  permetterà inoltre  uno sbocco concreto alla formazione di giovani delle Accademie di  Belle Arti.
Le arti figurative riprenderanno nell’architettura il ruolo perso e cancellato alla fine dimenticato  durante il periodo razionalista e postmoderno.   
Questa è una proposta che si dovrebbe coagulare tra gli Ordini degli Architetti ed Ingegneri  e le Accademie di Belle Arti.

Giuseppe Gentili
30 dicembre 2013

 

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BENI CULTURALI E BENI PALLONARI

Tempo fa ho inviato questa lettera ai maggiori giornali sportivi Italiani: nessuna risposta. Per il “nulla” si spendono tanti soldi e tante parole, per le cose di valore non si risponde.

Spett.le
Direttore di
QUOTIDIANO SPORTIVO
Sarnano 10 ottobre 2014

Egregio Direttore,

Sono Giuseppe Gentili architetto di Sarnano MC, trovandomi molto spesso per professione in mezzo a molteplici beni storico - culturali che caratterizzano l’Italia nel mondo, ma che si presentano quasi sempre in stato di decomposizione, beni culturali che sono la sola attività capace di generare infiniti posti di lavoro se ben indirizzati, considerato che attualmente solo alcune categorie professionali possono avere i capitali necessari a tale rinascita culturale, vorrei proporle un grande progetto sul restauro.

Attualmente la categoria professionale che dispone di ampie risorse economiche è solo quella dei calciatori professionisti, dei quali voi con il vostro giornale siete possiamo dire il mentore . Se Voi con una vostra campagna continua, mirata e suadente veicolaste il concetto secondo il quale si passa alla storia non con il gioco del calcio ma attraverso i suoi frutti e cioè restaurando le infinite opere d’arte che costellano l’Italia: architetture, sculture, pitture, ceramiche ecc. avremmo realizzato il progetto. Si consideri anche la possibilità di scaricare dalle tasse, secondo la nuova legge, fino al 65% della spesa per l’intervento di restauro. Quindi ogni professionista del calcio potrebbe, anche con somme modeste o speriamo rilevanti, restaurare una delle tante cose che necessitano di restauro, dalle piccole alle grandi . La quantità degli interventi realizzati a seconda delle somme messe a disposizione produrrebbe un duplice effetto: 1) il professionista calciatore resterebbe nella storia come mecenate, legando così il suo nome ad un bene culturale da lui scelto restaurato e seguito, intervento che sceglierebbe liberamente in base a degli elenchi che ogni regione potrebbero predisporre; 2) La nazione Italia avrebbe negli anni una infinità di beni culturali restaurati che oltre ad incentivare il turismo e di conseguenza l’aumento degli occupati, determinerebbero un immediata crescita di posti di lavoro in tantissimi settori base necessari al restauro.

A seconda di come il vostro giornale presenterà la cosa si potrebbe anche instaurare una sorta di competizione: per esempio qualcuno ha mai proposto ad un calciatore di diventare proprietario o comproprietario di un castello, restaurato con i suoi fondi? Credete che una cosa del genere non abbia attrazione? Non sia stimolante? Io dico di si. Non solo il castello ma vedere il proprio nome legato al restauro di una serie di affreschi del 400 o simili credete che non riempia di orgoglio più di qualunque altro acquisto? Penso che se Lei direttore prendesse questo progetto come impegno il suo giornale diventerebbe l’orgoglio della Nazione.

Detto ciò Le dico anche che sono comproprietario insieme ad un mio amico di una Rocca del secolo XI, acquistata per bloccarne il disfacimento, e per questo sto cercando sponsor per condividerne la proprietà oppure per cederla totalmente, purché la Roccacolonnalta sia salva.

Per cortesia La prego di inviarmi una qualunque risposta in modo che io possa proporre il progetto ad altre testate e professioni , nel caso il suo giornale non sia interessato alla cosa; pensate agli infiniti mecenati della storia, senza i quali oggi non avremmo nulla. Questo progetto lo debbo portare a compimento.

La ringrazio per l’attenzione e Le invio cordiali saluti

Arch. Giuseppe Gentili

 

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NOI E IL CLIMA

E’ cambiato il clima oppure si paga l’ indifferenza verso la natura con interventi che non hanno mai tenuto conto dell’ambiente? Non è il clima cambiato è che si preferisce dire questo. Nel X-XIV secolo in Inghilterra, nel cosiddetto periodo caldo medievale durato qualche centinaio di anni, si coltivava la vite perché in quel periodo storico il clima si era modificato e lì c’era un clima temperato, poi nei secoli successivi il clima si è modificato di nuovo ed è tornato il freddo e la vite non si è più coltivata. A quell’epoca l’uomo illuminista e tecnologicamente potente non era in grado di modificare il clima, eppure il clima era cambiato per conto suo, era molto più caldo dove prima non lo era. Quindi la natura ha cicli e ricicli e l’uomo influenza ben poco, il mondo fa il suo ciclo vitale a prescindere dal tempo dell’uomo. Per noi cento anni è un lungo tempo, per la vita del mondo è un lampo, quindi se condizioniamo i nostri interventi sul nostro tempo è evidente che prima o poi andiamo a sbattere. Se il letto di un torrente è asciutto da tanto tempo non è detto che primo o poi non si riempia d’acqua.

Tutti i danni e i problemi ambientali sono esclusivamente problemi causati dall’uomo tramite interventi sbagliati, speculazione, trascuratezza e incuria per la natura.

Quello che oggi a ritmi quasi frenetici ci viene fatto conoscere dai media sulle tragedie che avvengono tra uomo e ambiente, come le frane, allagamenti e disastri vari, attribuiti al cambiamento del clima causato dall’uomo e alle cosiddette bombe d’acqua, mai che vengano spiegate attraverso il processo che porta a determinate conseguenze. Non ci viene spiegato mai dai media che oltre agli interventi dell’uomo sull’uso sbagliato del territorio, sono state fatte anche leggi che sono il veicolo per simili disastri.

Varie sono le cause del dissesto ambientale: l’inurbamento, l’ industrializzazione non confrontata con l’ambiente e l’abbandono delle aree rurali. Abbandono anche della residenza nelle zone rurali, non solo l’abbandono della coltivazione agricola dei territori.

In sintesi i molti errori comportamentali possono essere così riassunti:

1) in urbanistica l’agricoltura è definita attività primaria. Invece fin dagli anni del dopoguerra è stata relegata ad attività non di interesse primario, ma ultima nelle scala sociale. Gli agricoltori, specialmente i piccoli, sono sempre stati considerati nullità sia dai mezzi di comunicazione che dalla scuola. Nessuno avrebbe detto negli anni sessanta settanta ad un giovane: da grande fai l’agricoltore. Quello che si diceva, non occorre elencarlo, era qualunque altra cosa. Le proprietà agricole nelle zone rurali, specialmente quelle di dimensione piccola che costituivano la maggioranza della superficie nazionale, hanno finito per essere abbandonate e con loro la tutela e la regimentazione delle acque pluviali che gli agricoltori, e gli abitanti delle zone rurali anche non agricoltori, quotidianamente ed ogni volta che se ne riscontrava il bisogno, provvedevano e tuttora provvedono, a canalizzare e regimentare. Deviare, pulire gli alvei ecc., attività di tutela del territorio spontanea senza bisogno di leggi. Un abitante della città se il tempo minaccia pioggia abbondante, cerca l’ombrello e esce di casa; l’abitante delle zone rurali, chi più chi meno giovani e vecchissimi, si preoccupano subito del controllo delle cunette e degli scoli che potrebbero essere chiusi dalle foglie, quindi si danno da fare per ripristinare la via di fuga dell’acqua, altrimenti potrebbero esserci problemi sulla strada, sui propri campi, nella casa, nella cantina nella capanna ecc.

2) Spopolate le campagne riempite le città, gli agricoltori che sono rimasti sono stati bersagliati da infinite normative a tutela della natura imposte da legiferatori cittadini. Era di moda e faceva molto intellettuale parlare di protezione della natura, come del resto tutt’ora, anzi forse di più, comunque senza abitarci dentro. Normative del tipo: le piante non si toccano in nessun caso ovunque esse crescano. L’inselvatichimento delle aree una volta agricole è auspicato e favorito addirittura con rimboschimenti. Gli alvei dei torrenti debbono restare al naturale per non compromettere il corretto sviluppo del microambiente fluviale sulla sponda, se crollano alberi a causa della neve o per altra causa, l’alveo non può essere ripulito, le piante cadute naturalmente non si toccano neanche all’interno del bosco ecc. ecc.

3) Ammesso che il clima sia in modificazione naturale, e la quantità di pioggia che cade oggi è maggiore di quella che cadeva nel secolo scorso, il problema è che quest’ acqua oltre a non essere controllata e canalizzata da nessuno non penetra neanche nel terreno perché le aree rurali e boschive in altissima percentuale, sono diventate impermeabili a causa: a) della mancanza di pulizia del sottobosco che una volta veniva effettuata anche se per necessità; b) perché le aree agricole rimaste incolte non assorbono acqua a causa dell’erba non falciata, realizzando così un tappeto impermeabile sia in pianura che nei terreni in pendenza; c) perchè montagna l’erba, per mancanza di taglio o di pascolo da greggi e mandrie, forma un manto impermeabile all’acqua; d) perché le zone rurali sono poco abitate e quindi nessuno controlla il fluire anche di piccoli rivoli d’acqua che poi diventano grosse quantità. L’acqua della pioggia che non penetra nel terreno si convoglia immediatamente in rivoli e ruscelletti incontrollati, fino al torrente e al fiume ed arriva al mare in tempi brevissimi ed in grande quantità. Tutti i torrenti, fiumi, e rivoletti vari non sono soggetti ad opera di manutenzione e pulizia da parte di nessuno.

5) Il torrente vicino alla mia casa scende dalla montagna e attraversa la valle, ad ogni temporale il suo livello cresce per due o tre o quattro ore, o per un giorno, poi torna a livelli minimi. Questo perché dai versanti della valle le acque arrivano al letto del torrente immediatamente durante la pioggia, non avendo la possibilità di penetrare nella terra ed alimentare gli invasi sotterranei come succedeva tanti anni fa, prima della civiltà dell’industria assoluta. Poi dagli invasi sotterranei fuoriusciva attraverso sorgenti naturali e alimentava i torrenti, attualmente quasi tutte asciutte o con scarsa portata. Negli anni cinquanta il torrente vicino alla mia casa, cresceva di livello a febbraio - marzo - aprile e manteneva la portata fino a settembre-ottobre diminuendo gradatamente; il periodo di magra era la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno. Questo perché anche dalle mie parti pochissimi sono rimasti gli agricoltori o quelli che comunque si adattano a tale attività anche se solo come lavoro secondario.

6) Il concetto della industrializzazione globale a discapito dell’agricoltura ha portato a prevedere nella pianificazione del PRG aree industriali e artigianali, in ogni Comune e sempre nelle aree pianeggianti, che di solito corrispondono alle aree di esondazione di torrenti e fiumi. Aree comode per la mobilità industriale e comode anche per le acque in esondazione. In tali aree non può che avvenire l’allagamento degli edifici industriali o residenziali proprio per la loro posizione. Decenni orsono sarebbero stati allagati i campi se ci fosse stata una inondazione, ora si allagano le opere dell’uomo. La colpa è di quelli che hanno spinto sull’industrializzazione indiscriminata (un grosso errore delle leggi urbanistiche la previsione in ogni Comune di zone industriali e o artigianali nella redazione del PRG; le migliori aree per la produzione agricola sacrificate all’ipotetico benessere industriale).

La soluzione è una sola: demolire. Demolire il costruito sbagliato, demolire il costruito e ridare spazio ai torrenti ed ai fiumi, e non costruire in luoghi non idonei; non ci sono altre alternative che possano generare sicurezza per il territorio e di conseguenza per l’uomo.

Dopodiché un modo diverso di agire:

a) Aumentare la permeabilità delle aree rurali finanziando quei terreni agricoli e non, affinché ogni anno vengano falciati e ogni tre anni vengano arati (possibilmente con obbligo degli storici traversoni che canalizzano le acque meteoriche), magari anche senza essere seminati. Favorire la ceduazione ciclica dei boschi tutti per la produzione di biomassa a fini energetici. Ripulitura dei boschi dalla legna morta e ripulitura continua degli alvei di fiumi e torrenti e rivoli di ogni dimensione dalla montagna al mare. Le popolazioni abitanti nelle aree agricole e montane non dovrebbero essere tassate per il possesso di terreni agricoli se ne curassero la manutenzione Tasse ridotte o nulle per le abitazioni in zone rurali specialmente per quelle storiche purché abitate. Abitare o mantenere la residenza nelle aree rurali anche senza essere agricoltori, diventerebbe una finalità per la manutenzione del territorio. Quanti soldi lo Stato risparmierebbe se non ci fossero emergenze naturali da coprire.

b) Sgravi fiscali fino all’annullamento per le case dei residenti che nella proprie aree montane o di pianura, controllano la rete di scolo delle acque meteoriche e ne curano la regimentazione. ( mia zia Maria, a 95 anni, ancora si allerta, se si prevede un temporale, al fine di ripulire le cunette intorno casa e facilitare lo scorrimento delle acque verso i canali di raccolta.)

c) L’Italia non è uno dei nuovi continenti abitati da qualche centinaio di anni, il nostro territorio da qualche migliaia di anni è un territorio vissuto, come si dice antropizzato, con un paesaggio costruito dall’agricoltura e fino ad oggi vincolato solo dalle leggi generate dalla coltivazione. Poter ripristinare le superfici agricole abbandonate da anni eliminando i boschi che le hanno invase nel tempo e ricostituire l’area agricola dovrebbe diventare una legge di conservazione e restauro della cultura storica agricola e del paesaggio, tale e quale al restauro e conservazione dei beni storici culturali costruiti.

E’ pensiero comune che le piante non debbono essere tagliate, invece a volte è vero il contrario. Su un pendio una pianta con le sue radici può reggere il terreno affinché questo non frani, ma può anche essere la causa della frana se la pianta è troppo grande, il peso della chioma e del tronco diventa l’innesco per la rotazione, specialmente quando il terreno è reso molle dall’eccesso di acqua piovana. La soluzione è quella di capitozzare la pianta, diciamo più correttamente potare per ridurne la dimensione affinché le radici riprendano vigore e allargandosi reggono il terreno altrimenti il peso della chioma e la dimensione del tronco specialmente con il terreno intriso di acqua costituirà l’innesco alla frana per il peso non sostenibile dalle radici. Questo concetto esteso ad un bosco piccolo o grande che sia cosa pensate che possa procurare se non una frana visto che le piante non si tagliano mai né si ripuliscono i sottoboschi. Per un cittadino il taglio di una pianta rappresenta un danno di inestimabile valore

Ottobre 2014

Giuseppe Gentili
architetto contadino


 

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IL MENHIR DI SARNANO

Durante la costruzione del centro turistico Montanaria nella frazione Marinella di Sarnano, Orlando Montanari più volte mi ha fatto notare la strana pietra presente sulla collina di fronte a Marinella e precisamente nella frazione detta Pietramanuccia. Qualche giorno fa sono andato per la prima volta a vedere da vicino la pietra. La sua forma mi ha ricordato molto quella dei famosi Menhir sparsi in tanti luoghi del mondo, specialmente nella Francia e Inghilterra. In Italia sono presenti in alcune regioni. I Menhir sono conosciuti come pietre isolate del periodo neolitico con funzioni non del tutto note, sicuramente religiose.

Sarnano potrebbe avere il suo Menhir anzi dovrebbero esserci altre pietre simili in giro per il territorio a detta di Angiolino Ghiandoni: una a terra in due pezzi sulla strada per Sassotetto, un’altra nella gola di Tre Santi o Salti . Da studiare, chissà che non formino un particolare triangolo di Menhir utilizzato per riti religiosi pagani finalizzati alla fertilità.

Il Menhir di Pietramanuccia è costituito da pietra arenaria ma non sembrerebbe infissa artificialmente, piuttosto sembrerebbe stata realizzata eliminando volutamente alcune parti dell’intorno.

Suona bene il Menhir di Sarnano, con l’intorno ripulito potrebbe essere una storica e affascinante meta turistica.

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PERCHE’ NON ANDRO’ ALL’EXPO DI MILANO

Ossimoro: figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini contraddittori, in modo tale che si riferiscano a una medesima entità. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso.

EXPO di Milano: "Nutrire il pianeta, energia per la vita".

Questa è la grande contraddizione, il grande paradosso, l’ossimoro: una spesa enorme per combattere lo spreco alimentare e la fame nel mondo. E per promuovere il fatto di combattere la fame nel mondo, si sperperano 18-20 miliardi di €.

Architetture beffarde, finalizzate allo spreco con il fine di essere demolite, smontate. Architetture della vanità e della competizione scenica, oggetti privi di funzionalità se non quella di effetti speciali per impressionare e propagandare il nulla e l’effimero ed ovviamente il vanesio architetto. Architetture dell’assurdo le definirebbe John Silber.

Sarebbe stato sufficiente costruire una serie di anonimi capannoni con il fine di soli contenitori, tutti uguali, dove all’interno le varie nazioni potevano incontrarsi e promuovere quello che più era nel loro interesse sia nella produzione che nella distribuzione alimentare. In pratica fare quello che fanno ora all’interno di ogni padiglione. Con le somme risparmiate fare opere agricole finalizzate alla produzione alimentare in luoghi difficili. Questo sarebbe stato l’EXPO vero risparmio e progettualità.

Capirei un EXPO relativo alla produzione industriale, al design, alla propaganda della innovazione tecnologica nelle costruzioni, qui allora proporre padiglioni e architetture competitive anche se inutili, al solo fine di accalappiare possibili clienti. Ma no in una manifestazione che si propone di ridurre lo spreco di alcuni paesi a favore della crescita di altri verso il bene essenziale che è l’alimentazione.

Manifestazioni collaterali senza senso: per esempio cosa c’entra una mostra di arte del passato con il favorire la crescita di prodotti agricoli a prezzi accessibili per l’alimentazione dei popoli.

Siccome io non capisco né come architetto né come uomo questo modo di progettare e sperperare, non andrò al tanto osannato EXPO. (anzi capisco benissimo il sistema, ma non lo accetto).

Come si può assumere come logo dell’Expo padiglione Italia “l’Albero della Vita” e realizzarlo finto, con giustificazioni ridicole fino al rinascimento e Michelangelo, che........... cosa c’entra, per non usare, un linguaggio più diretto . “Albero della Vita” icona di morte di scheletro inutile, giustificare e dare un senso a questo è una stupidaggine. Quando si trascende dalla realtà e si guarda all’interesse si giustifica tutto spacciandolo anche per innovazione e tecnologia, che in questo caso non serve a nulla. La fame nel mondo è cosa vera, egregi progettisti . Con la spesa fatta per l’Albero della Vita potevate sfamare diverse migliaia di persone.

Egregi architetti, pensateci su.

Giuseppe Gentili

15 maggio 2015

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Seminario del 9 ottobre 2015 organizzato
dall’Ordine degli Architetti di MC a San Ginesio Teatro G.Leopardi

Il tema del mio intervento:

Perché acquistare un bene storico culturale abbandonato

Tema molto particolare e la risposta non è semplice , è come chiedere perché ti piace la cioccolata. Forse non la so, comunque credo sia stata un’azione generata da diverse condizioni:

1) il fatto che fin dagli anni dell’Università avessi frequentato la Rocca con un francescano uno storico che in quegli anni stava facendo ricerche per la storia di Sarnano, il quale mi aveva descritto l’edificio come un risultato delle crociate quindi un edificio di rilevante interesse storico culturale, a ingenerato un fascino per questo castello che mi ha tenuto compagnia per anni;

2) forse la consapevolezza di vedere un manufatto storico abbandonato e da nessuno considerato, sconosciuto quasi a tutti, infatti negli anni 1995-96 con due lettere inviate a due diversi sindaci suggerii al Comune di San Ginesio l’acquisto della Rocca descrivendone la rarità architettonica, ma in nessun caso ebbi risposta.

3) forse il ricordo di fantasie infantili: credo tutti fin da piccoli abbiamo desiderato di visitare, scoprire un castello figuriamoci esserne il proprietario;

4) oppure l’illusione di poter in seguito coinvolgere qualche azienda della Regione al fine di poter effettuare un intervento di restauro volto al riuso in qualche modo dell’immobile;

5) alla fine credo ci sia stata molta incoscienza, fino a coinvolgere il mio amico Renzo Giannini nell’acquisto, anche lui affascinato da questa cosa. Empatia verso roccacolonnalta avuta fin dai primi anni di Università quando visitavo questo luogo impenetrabile per la fitta vegetazione, e le torri rotonde che si intravedevano tra gli alberi e le fitte edere erano come se chiedessero aiuto.

Che Roccacolonnalta sia un oggetto di valore storico culturale è indiscutibile e già soltanto per questo dovrebbe essere oggetto di grandi attenzioni da parte di tutti specialmente dallo stato e suoi derivati. Ma non è così come ben sappiamo.

Mia nonna diceva in seguito a qualche diverbio“ ve ne accorgerete quando non ci sarò più” . Questa frase potrebbe essere appropriata anche ai nostri beni culturali di vario genere: ce ne accorgiamo quando non ci sono più. Solo che mentre verso mia nonna c’era l’affetto della famiglia e quindi un interesse alla sua salute, altrettanto non possiamo dire delle testimonianze nei secoli create dalla cultura dell’uomo. Verso i beni culturali non c’è interesse se non quando questi crollano, e cioè non ci sono più.

Infatti ogni qualvolta che succede qualche crollo di un edificio storico o un furto di un’opera d’arte in qualche museo, tutti i mezzi di comunicazione mettono in evidenza tutte le carenze manutentive e le disattenzioni verso lo scomparso bene culturale, solo in questi casi si esalta il valore della cosa la sua storia ed il suo valore, anche economico- turistico oltre che culturale, allora si incomincia a cercare il capro espiatorio il colpevole dell’incuria, perché è molto comodo e discolpante trovare un colpevole. Il problema è la conoscenza delle cose, un oggetto anche se di grande valore se non è conosciuto dalla massa di persone, vale poco, non solo nessuno si preoccupa della sua conservazione e manutenzione e protezione, la conoscenza di massa di un manufatto è presupposto per la sua conservazione. Quindi la prima grande colpa della poca conoscenza di massa della maggior parte dei beni culturali è dei mezzi di comunicazione, che mentre per esempio nel pallone scrivono pagine e pagine ore di trasmissione televisiva più volte al giorno, creando così una coscienza sul tema anche a quelle persone che non si interessano di calcio, per i beni culturali no. Tutti conoscono il calcio: quando si gioca, in quali stadi, chi sono i protagonisti, se ne parla al bar e negli incontri tra amici. La comunicazione è colpevole della disconoscenza popolare della nostra storia architettonica o artistica in senso lato. Qualche tempo fa ho tentato un’operazione scrivendo ai direttori dei giornali sportivi prima, poi visto che nessuno rispondeva ho scritto ai direttori di tutte le altre testate dei quotidiani, proponendo di creare e diffondere una coscienza artistica di protezione e restauro dei beni culturali nell’ambito del mondo del calcio e dei calciatori, gli unici con possibilità economiche di rilievo: anche qui nessuna risposta, neanche di contrarietà, indifferenza totale. In sintesi estrapolandone alcune parti la proposta era questa: Egregio direttore se Voi con una vostra campagna continua, mirata e suadente veicolaste il concetto secondo il quale si passa alla storia non con il gioco del calcio ma attraverso i suoi frutti e cioè restaurando le infinite opere d’arte che costellano l’Italia: architetture, sculture, pitture, ceramiche ecc. avremmo realizzato il progetto. Quindi ogni professionista del calcio potrebbe, anche con somme modeste o speriamo rilevanti, restaurare una delle tante cose che necessitano di restauro, dalle piccole alle grandi. La quantità degli interventi realizzati a seconda delle somme messe a disposizione produrrebbe un duplice effetto: 1) il professionista calciatore resterebbe nella storia come mecenate, legando così il suo nome ad un bene culturale da lui scelto restaurato e seguito, intervento che sceglierebbe liberamente in base a degli elenchi che ogni comune potrebbero predisporre; 2) La nazione Italia avrebbe negli anni una infinità di beni culturali restaurati che oltre ad incentivare il turismo e di conseguenza l’aumento degli occupati, determinerebbero un immediata crescita di posti di lavoro in tantissimi settori base necessari al restauro. Penso che se Lei direttore prendesse questo progetto come impegno, il suo giornale diventerebbe l’orgoglio della Nazione.

Come gia detto nessuno si è degnato di rispondere, dimostrando così l’effettivo interesse dei mezzi di comunicazione verso i beni culturali.

Ora se i media non sono veicolatori di conoscenza e di proposta attiva per la salvaguardia di queste cose verso la popolazione, non restiamo che noi architetti, perché comunque chi più chi meno noi abbiamo per formazione un atteggiamento di salvaguardia verso le varie espressioni artistiche storiche dell’uomo, un interesse disinteressato, una affascinazione abbastanza naturale.

Roccacolonnalta era sconosciuta anche alla maggior parte degli abitanti del Comune di San Ginesio entro il cui territorio è situata, era sconosciuta anche agli addetti alla gestione del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, pur essendo posta nel suo territorio. Appena l’acquisto era quasi una informe collina di erba e bosco. Solo per gli abitanti delle varie frazione circostanti e della piana di Pian di pieca era il luogo delle fantasie , dei fantasmi e dei tesori nascosti e delle pietre da riutilizzare. Perfino il catasto del 1947 aveva definito l’area della rocca “pascolo cespuglioso”.

Dal 1664 fino agli anni ‘50 del secolo scorso la rocca è diventata una cava di materiale lapideo da costruzione per il restauro delle chiese della spianata di Pian di Pieca e per la costruzione di nuovi edifici nella vicina frazione Rocca.

Nel 2002, io e Renzo Giannini, acquistammo quello che restava della Roccacolonnalta, decidemmo di acquistarla, dopo aver più volte ed inutilmente, sollecitato vari Enti Locali ad entrare in possesso del rudere. Dopo l’acquisto, abbiamo dovuto far fronte a vari ed a volte violenti ostacoli di vario genere compresa una denuncia penale durata quattro anni, da parte del Corpo Forestale dello Stato, perché per realizzare una strada sterrata di cento metri per portare il materiale necessario ai lavori, avevamo sradicato alcune piante e non solo tagliato, come nella richiesta fatta.

Comunque con molta fermezza, nell’anno 2005, dopo molti chili di carta per autorizzazioni e permessi vari, abbiamo iniziato i veri restauri murari; durante gli anni precedenti avevamo solo effettuato una radicale ripulitura delle mura dalla vegetazione che aveva quasi completamente nascosto l’edificio. Quindi, dopo aver bloccato il degrado delle murature perimetrali, nell’estate dell’anno 2007 iniziammo la ripulitura interna con l’assistenza del professor Pio Pistilli, dell’Università “La Sapienza di Roma”, insieme ad una quindicina dei suoi studenti di Storia dell’Arte Medievale. La ripulitura interna è consistita nella rimozione di grandi quantità di maceria da crollo, costituita da pietre, pietrisco, mattoni, coppi e tegole e quello che restava della malta di calce e sabbia, fino a riportare alla luce, pulito, il livello a circa 6,00 metri più in alto del piano di campagna. A tale operazione, considerato l’evidente valore storico culturale della Roccacolonnalta, il Comune di San Ginesio e la Comunità Montana dei Monti Azzurri, hanno contribuito in questa fase con aiuti logistici, vitto e alloggio agli studenti, tutte le altre spese, e sono state tante, sono state a carico nostro.

Nessun contributo in moneta è stato possibile in tutti questi anni da parte di Enti Pubblici vista la natura privata della Rocca. Quando chedevamo a qualche privato o azienda una compartecipazione anche in proprietà purché aiutarci nel restauro, la prima domanda era : quando ci si guadagna? alla risposta: niente! Seguiva: Beh allora no. Abbiamo cercato anche l’intervento di aziende locali di fama nazionale, da queste non abbiamo ricevuto neanche la risposta negativa, ignorati completamente. Per alcuni anni abbiamo sottoposto il progetto anche all’Ente Statale Arcus che finanziava progetti di restauro e sviluppo dei beni culturali, nulla di fatto.

Concludendo alla domanda perché l’abbiamo acquistata forse non ho risposto precisamente perché probabilmente non lo so, cosa vorrei che Roccacolonnalta diventasse invece mi è un po’ più chiaro.

Il complesso dovrebbe essere restaurato al fine di realizzare un “Centro della Cultura Medioevale” con museo tradizionale e virtuale” dove poter conoscere le varie realtà medievali delle Marche per poi procedere ad una visita reale su i luoghi.

Annesso al Centro Culturale, sulle aree circostanti in parte di nostra proprietà in parte della Comunanza di Vallato, si potrebbe realizzare un parco verde pubblico dove il visitatore oltre alla parte storica potrà vivere l’ambiente naturale e molto panoramico. Punto di riferimento simile a quello dell’Abbadia di Fiastra, solo cambiando ambiente: questa struttura è nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini potrebbe avere qualche punto in più. Il turismo potrebbe quindi essere di tipo locale ma anche nazionale.

Solo se riusciamo ad avviare nuove funzioni integrate nel rispetto dell’esistente la Roccacolonnalta potrà rivivere in qualche modo e proporsi per il futuro, altrimenti tornerà ad essere un mucchio di pietre e vegetazione.

Forse potrebbe anche essere meglio per lei.

9 ottobre 2015

Giuseppe Gentili

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LA VIA FRANCIGENA

Qualche sera fa un giornalista RAI, senza commenti ulteriori, disse che si stava restaurando un tratto della via Francigena in Toscana, via che da Canterbury Inghilterra porta a Roma senza dare un minimo di spiegazione. Perché il giornalista la chiama Francigena? Il giornalista ha citato la descrizione dell’Arcivescovo Sigerico, recatosi a Roma nell’anno 990 per ricevere dalle mani del Papa il Pallio Vescovile. L’arcivescovo descrive il suo viaggio di ritorno a Canterbury dettagliando le 79 tappe compiute, ma non chiama il percorso via Francigena. Nei secoli successivi questa via verrà genericamente identificata e chiamata Francigena: perché?

Si poteva chiamare allora Romana o Romea non certo Francigena solo perché, si dice, attraversi la Francia dall’Inghilterra per venire a Roma. Non ho trovato da nessuna parte il perché la via Francigena si chiami così con una spiegazione più concreta più logica, coerente, ogni toponimo ha un’ origine definita, questo no.

Non riesco a capire perché la via Francigena o Francisca si chiami così pur portando a Roma come tutte le citazioni sostengono. La via Romea è cosiddetta perché usata dai pellegrini per andare a Roma. Perché la via Francigena che porta a Roma si chiama Francigena? Taluni dicono perché viene dalla Francia, anzi a volte la spiegazione più insistente è: perché questa via porta in Francia. Definizione molto superficiale e generica. Perché allora non c’è una via che si chiami Svizzera pur venendo dalla Svizzera o che porti in Svizzera, oppure una via che si chiami Germanica pur venendo dalla Germania o che porti in Germania, oppure Austria, ecc.

La spiegazione più accettata è che si chiama Francigena perché dall’Italia porta in Francia: Non si spiega perché allora non c’è una via in Svizzera che porta in Francia che si chiami Francigena, che dall’ Austria porti in Francia con questo nome, oppure dalla Germania, anzi dovrebbe essere così anche per tutti gli altri paesi del nord Europa.

Poi intorno a questa antichissima via sono state chiamate Francigene una infinità di altre strade che portano da tutte le parti che si intersecano una con l’altra generando un reticolo rilevante dove distinguere l’originale via Franchigena diventa opinabile. La troviamo nella Liguria, Piemonte, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, poi verso l’ Abruzzo e Molise e poi in Puglia. Ogni regione ha un reticolo di Francigene, cosa abbastanza ridicola. La via viene descritta con precisione si puntualizza il tracciato il paesaggio i Monasteri le Abbazie ecc, Turisticamente serve, non è che sia un male! Ma nessuno spiega perché si chiami Francigena.

Da una breve ricerca risulta che la Via Francigena viene nominata per la prima volta in “un antico documento storico dell'876 conservato nell'Abbazia di S. Salvatore del Monte Amiata. In questo testo si cita la strada nel suo passaggio nella zona della Val D'Orcia, nella valle ove ora transita la via Cassia nel tratto sotto Radicofani, dalle parti della Posta di Ricorsi”. Cita il testo latino: "… per fossatu descendente usque in via Francisca". “I monaci del monastero con questo atto danno in affitto a tal Gisalprando un podere che ha come confine un fossato che scende fino alla Via Francigena”. Ora se la via Francigena è così chiamata perché porta in Francia come tutti dicono, in questo periodo storico la Francia che conosciamo non c’era, quelle zone si chiamavano ancora e per molto tempo dopo Gallie, o Gallia. Allora perché la strada si chiamava nell’876 comunque Francisca? In quale Francia si andava per questa strada? Non è per caso che portava alla “Francia Antiqua” presente nel Piceno dalla caduta dell’Impero Romano fino agli ultimi anni del basso medioevo. La spiegazione è chiara e tutto torna nelle ipotesi dell’arch. Medardo Arduino nel libro “Francos” sulla Francia Antiqua nel Piceno e una Francia Nova nell’attuale nazione. Qui troviamo riscontro e conferma etimologica.

16 settembre 2015

Giuseppe Gentili

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LA VIA LAURETANA DELLA SALARIA GALLICA

Alternativa sconosciuta

L’esistenza del santuario della Madonna di Loreto è documentata fin dal 1294, quindi il pellegrinaggio da Roma verso la Santa Casa è iniziato fin dagli anni del basso medioevo. Nel periodo tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600, a detta degli storici, il numero dei pellegrini ha subito un forte aumento, tanto che la via fu diciamo restaurata con rettifiche ed allargamenti dallo Stato Pontificio.

Però Esiste un diverso percorso di pellegrinaggio verso la Santa Casa di Loreto sconosciuto agli storici ufficiali, percorso proveniente dal sud e precisamente identificato con l’antica Salaria Gallica. Questa alternativa via Lauretana parte da Roma con la Salaria verso Ascoli poi nelle vicinanze di Mozzano il percorso devia verso nord attraversa Roccafluvione, quindi Comunanza, Amandola, Sarnano, Urbisaglia. Prosegue poi verso Macerata e nell’antica Helvia Recina incrocia la via Luretana della val di Chienti della quale percorrendo l’ultimo tratto si arriva a Loreto. La Salaria Gallica invece, ad Helvia Recina, prosegue per Filottrano, Jesi, Chiaravalle e quindi al mare Adriatico. Questo tracciato che si sviluppa alle pendici dei Monti Sibillini, ricalca quasi per intero la ex strada statale 78 Picena ora provinciale. A Sarnano su questa via, subito dopo l’antico ponte che attraversa il Tennacola, è posta una chiesa dedicata alla Madonna di Loreto.

La chiesa della " Madonna di Loreto" è stata costruita nel XV secolo sull’antico tracciato della “Salaria Gallica” strada che ancora oggi collega, Macerata ad Ascoli Piceno. L’edificio fu costruito dalla "Corporazione della Lana" di Sarnano, corporazione costituita da artigiani dediti alla tessitura e coloritura di tessuti.

Nel 1619 la chiesa fu in parte ricostruita e ristrutturata radicalmente come oggi ci appare, per devozione alla Madonna di Loreto, in relazione al passaggio dei pellegrini che dal sud andavano a nord verso il Santuario della Madonna di Loreto.

La chiesa non ha una facciata tradizionale con il portale d’ingresso, si entra tramite ingressi situati su i due lati laterali dell’aula, con la funzione di passaggio diretto dalla strada. Quindi si entrava, si faceva la sosta, la preghiera e si usciva sulla porta opposta per continuare il pellegrinaggio verso Loreto. La chiesa quindi veniva attraversata all’interno, si rendeva omaggio alla Madonna posta su di una casetta di legno sull’Altare( il sacello) poi si usciva per continuare il cammino. Chi non voleva entrare poteva vedere la statua della Madonna con la Santa Casa, dalla finestra con grata aperta sulla facciata adiacente alla strada. La finestra con grata metallica è molto simile a quella della Santa Casa di Loreto.

L'edificio è costituito da un unico vano a pianta rettangolare di circa m 17,30 x 7,50 ed alta circa m 8.00, orientata con l'asse principale nord-est sud-ovest. Sul lato opposto alla non facciata è situata la sacrestia con copertura in volte pesanti a crociera originali del sec.XV. Sul lato adiacente il torrente Tennacola è posta la casa abitazione.

L’aula della Chiesa è coperta con una volta a botte realizzata in camera a canne e gesso ancorata alle capriate in legno costituenti la struttura portante della copertura. La parte alta delle pareti e tutta la volta sono decorate con pitture relative alla Madonna di Loreto, pitture risalenti al XVII secolo di pregevole fattura specialmente nell'uso della prospettiva. Al centro della volta è raffigurata la traslazione della Santa Casa da Nazaret a Loreto con la Madonna ed angeli, nelle pareti perimetrali vi sono scorci dei loggiati di Loreto posti davanti alla Santa Casa. All’origine lo spazio delle pareti perimetrali che andava dal pavimento all’inizio delle decorazioni era rivestito di arazzi di pregevole fattura.

Le pitture coprono una superficie di circa mq 175. Di rilievo è la parete che contiene l'altare sulla quale è dipinta una struttura architettonica a baldacchino con sei colonne in marmo simile al Rosso di Verona, con uno splendido effetto prospettico tale da rendere in rilievo perfetto l'elemento architettonico.

L'intero edificio è realizzato con muratura in mattoni di cotto rosso esternamente lasciati a faccia vista, solaio di copertura e solai di piano in legno a doppia orditura con pianellato in cotto. Manto di copertura in coppi di cotto. Pavimento della chiesa e sacrestia in cotto originale sec.XVII.

Ora se nel 1619 si è proceduto alla ristrutturazione totale di una chiesa, esistente fin dal ‘400, con conseguenti e rilevanti spese, e che spese viste anche le decorazioni, ci doveva essere un motivo ben fondato: forse questa via sud-est Roma-Loreto era in quell’epoca un percorso alternativo molto importante, per lo meno importante come quello conosciuto passante per Colfiorito e la valle del Chienti.

A tal fine negli anni scorsi ho inviato fotografie e documentazione varia di questa chiesa a tutti gli enti ed anche personaggi che da anni si interessano al cosiddetto recupero della “Via Lauretana” affinché si prendesse coscienza che c’era una alternativa molto degna di essere studiata: nessuna risposta da chicchessia. E’ dall’anno 2000 se non sbaglio che si è sviluppato questo movimento di recupero della via Lauretana classica, sono stati fatti infiniti convegni, seminari di studio, riunioni operative proposte di investimento, vari finanziamenti regionali, associazioni, coinvolgimento di molti Enti Pubblici di tutta la Regione Marche, invece per quest’altra alternativa nulla.

Questo dimostra che lo studio storico è per la maggior parte finalizzato e incanalato non a favore della ricerca volta alla verità ma a favore della convenienza economica e di prestigio. Spero che si possa mettere in luce anche questa via per Loreto se non altro per rendere giustizia alla storia.

novembre 2015

Giuseppe Gentili

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IL RESTAURO

Restaurare un qualunque oggetto prodotto dall’uomo nella sua storia millenaria, qualunque esso sia, sinteticamente potrebbe significare ridare immagine ed efficienza originaria al manufatto, e forse dovrebbe significare proprio questo, immagine ed efficienza, affinché si possa tramandare nei secoli quello che comunemente chiamiamo cultura delle popolazioni fin dalle sue origini. Il problema immediato che si pone è quale immagine e quale efficienza poiché il tempo naturalmente stratifica sul manufatto un insieme di immagini ed efficienze per cui quando la cosa arriva a noi è diventata rispetto all’origine qualcosa di leggermente diverso o enormemente diversa, con sovracose, immagini e sensazioni incastrate ed ora complementari. Essendo architetto mi sto interessando delle manifestazioni dell’uomo per quanto relative all’arte in generale e specificatamente all’architettura. Se parlassimo di restauro di tecnologie o di macchine forse la questione non si porrebbe o si porrebbe in termini semplificati. Una macchina, un oggetto meccanico per restaurarlo basta ridargli funzionalità originaria l’immagine non c’entra, al massimo il colore. E’ impossibile trovare una macchina o un meccanismo, antichissimo o vecchio, modificato con sovrastrutture, non si riscontra una biga romana con un motore, ma si potrebbe trovare una casa romana con impianto elettrico.

Quindi il restauro degli edifici, che l’uomo ha costruito nell’arco dei secoli sia per la propria protezione fisica dalla natura che per la propria protezione spirituale, templi e manufatti di vario genere e del loro uso o riuso in tempi attuali, comunque diversi dalla loro genesi è un vecchio problema irrisolto e del quale sono state redatte numerose procedure d’intervento che fanno capo alle varie scuole di pensiero.

Il dilemma tipico e storico almeno della storia della seconda metà del secolo XX è conservazione come musealizzazione o conservazione metamorfica con inserimenti e trasformazioni.

Il restauro di un insieme di edifici non può prescindere dal concetto che si ha del restauro del singolo edificio e la metodologia non è affatto diversa.

( in seguito chiamerò X il complesso o l’edificio o similare per non cercare sempre nuovi sinonimi).

Per procedere al restauro di una architettura e ridare immagine ed efficienza, che poi tutte e due le cose non sempre si possono ottenere, è necessaria per prima cosa, la conoscenza storica del complesso o dell’oggetto intesa sia come storia 1, in assoluto cioè riferita alla tipologia in esame, sia alla storia 2, specifica, cioè alla nascita e vita dell’edificio.

La conoscenza dell’archeologia e della storiografia è la strada che ci conduce con certezza a porre in atto interventi di restauro conseguenti ed adeguati.

Ora potrebbe anche essere possibile in un modo o in un altro conoscere le storie 1-2 dell’X, ma succede 99 casi su cento che la completa conoscenza della storia 2 avviene proprio durante gli interventi di restauro sull’X che pertanto ne modifica il progetto e l’andamento dei lavori.

Durante i lavori tra le varie stratificazioni evidenti possono venir fuori elementi sconosciuti fino a quel momento per cui sia il progetto previsto che i lavori conseguenti debbono subire modifiche a volta anche rilevanti. Immediatamente di conseguenza a casistiche di questo genere si pone il problema stravecchio della poca utilità della redazione del progetto di restauro. A prescindere dalle opere da eseguire nel restauro, direi che il progetto serve solo alla burocrazia e che all’edificio da restaurare serve solo la conoscenza della storia sia 1 che 2 e la presenza continua sul posto dell’architetto.

In un capitolo a parte porrò il problema delle figure direttive del restauro architettonico: l’architetto e l’archeologo.

Proseguendo nell’ipotetico restauro dell’oggetto X , dopo essere coscienti della storia tipologica e soggettiva, in fase operativa si presentano le stratificazioni architettoniche che possono essere di piccola entità ma di grande interesse storico culturale, oppure di rilevante volumetria ed incidenza d’immagine ma di scarso o nullo valore. Un problema immediato è quello di poter stabilire quando una cosa è interessante, quindi di valore storico culturale e quando non lo è. Poi ci sono le varie età di stratificazione, più l’età è antica e più vale? Quindi anche se l’oggetto è insignificante va lasciato a discapito di qualche cosa più recente ma molto più diciamo bella? A chi lo chiediamo! Chi è in grado di dire questo resta e si conserva con le dovute opere per la consegna ai posteri, questo invece va distrutto.

L’oggetto X di duemila anni fa potrebbe essere un semplice muro e pavimento fatto da un anonimo ed insignificante muratore, che alla sua origine era un bel niente che dal punto di vista della evoluzione architettonico-tecnica o artistica è zero, chi deciderebbe di distruggerlo per evidenziare magari la unitarietà di qualche cosa più recente ma molto più caratterizzato architettonicamente, chi argomenterebbe sul lasciarlo o meno, perché in questo caso qualunque sia la scelta sarà sempre per metà sbagliata, allora?

Il problema della scelta della stratificazione da sacrificare per procedere al restauro è il vero e grosso interrogativo che ci si deve porre nel mettere mano a lavori di questo genere.

CONTINUA……..

 

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L’ARCHITETTURA DEL VINO COTTO DELLE MARCHE

L’origine storica del vino cotto nell’area Picena ed in parte anche Teramana ha solo una giustificazione: la mancanza di maturazione delle uve nelle zone montane e della fascia subappenninica dei monti Sibillini e della Laga, sia per l’esposizione dell’area ai venti freddi del nord e nord-est sia per la qualità del vitigno. Questa è la mia esperienza a Sarnano dove le temperature dei mesi di fine settembre ed ottobre erano abbastanza basse e dove a volte le cime dei Sibillini a metà settembre erano imbiancate dalla neve.

Ora per fare il vino cotto ci vuole una cantina organizzata architettonicamente a tal fine. C’è un’architettura precisa ed un locale destinato solo a questo scopo poiché le specifiche attrezzature che vedremo erano fisse cioè murate, quindi il locale aveva una definita ed unica funzione, anche se durante l’anno poteva essere usato poi come magazzino di piccole cose e attrezzi rurali. Gli spazi relativi a questa produzione erano bloccati da queste strutture murarie per tutto l’anno, ed usati solo durante la vendemmia per circa una settimana o due più o meno. Questo perché il vino cotto era un prodotto molto importante nella economia rurale montana, fonte di rilevante energia e stimolatore di vita, di conseguenza solo i territori che avevano una tradizione del vino cotto hanno queste strutture fisse, non gli altri. Non si fa il vino cotto sulla pentola di rame posta su treppiede, come ho letto in molte parti. Probabilmente 2000 anni fa le cantine non saranno state come oggi ma credo, come tante cose di tradizione, poco diverse.

Con il procedimento quindi di cuocere il mosto si aumentava la concentrazione zuccherina con l’evaporazione dell’acqua, così il vino poteva essere invecchiato per diversi anni, altrimenti con le uve aspre e poco mature il vino non avrebbe raggiunto la successiva estate. In sintesi dopo aver macinato l’uva, si raccoglie il mosto in grandi caldaie di rame di circa 3-6-10 quintali ed oltre, dipende dalla potenza dell’agricoltore, si mette insieme al mosto un piccolo ferro all’interno del caldaio detto “la callara” per evitare che il rame modifichi il sapore del prodotto, quindi si procede alla lenta bollitura che deve durare anche 5 -10 ore a seconda della quantità. Il liquido deve ridursi fino al 30%, dipende dalla volontà di un prodotto più o meno dolce o secco. Il vero vino cotto rurale è secco anche se molto gradevole al gusto.

La tradizione mette a bollire anche alcune mele cotogne, ma credo che servissero più ad essere rese gradevoli per mangiarle che per migliorare il vino cotto. Dopo le ore di bollitura con fuoco basso di legna di quercia, il vino ancora bollente viene messo dentro a botti di quercia o castagno e lasciato senza tappo fino alla cosiddetta “bollitura” cioè fermentazione che può avvenire dopo pochi giorni e a volte dopo qualche mese. Sul foro del tappo della botte veniva messo uno strumento in terracotta che serviva a raccogliere e contenere le schiume derivanti dalla fermentazione del vino e canalizzate in recipienti. Questo per una igiene della cantina. La fermentazione dipendeva e dipende dalla temperatura naturale della cantina, la quale secondo Vitruvio famoso architetto Romano del I sec a.c., doveva essere esposta a nord e solo a nord.

Questo vino può essere invecchiato anche 20-30 anni ed oltre, lo si tiene in una botte dalla quale ogni anno si toglie una certa quantità lasciandone più della metà, (la base), e quindi si riempie la botte con vino cotto nuovo, dopo che questo abbia subito la fermentazione.

Nella storia antica questo prodotto viene citato da molti storici e scrittori: Plauto, Moderato Columella, Emiliano Palladio. Polibio cita Annibale che arrivato nel Piceno fece lavare i soldati ed i cavali con del vino molto vecchio, abbondante nella zona, per curarli dalla scabbia.

Il vino cotto nell’area dei Sibillini veniva usato dagli agricoltori montani anche come energetico, infatti veniva spruzzato sul muso degli animali appena nati, quali vitelli e agnelli; ci immergevano il becco dei pulcini appena usciti dall’uovo; periodicamente lavavano i neonati mediante un panno bagnato di vino cotto frizionandone la pelle; gli adulti in estate dopo la falciatura manuale del fieno e dopo la mietitura al rientro a casa frizionavano il torace e le braccia con abbondante vino cotto, dopo una buona bevuta.

Ora questo prodotto è stato assunto a tradizione anche da località senza architettura specifica per il vino cotto, in zone dove il vino tradizionale risultava essere comunque un buon vino, dove le temperature erano adatte alla coltura dell’uva e dove il vino cotto veniva solamente bevuto. Le architetture per il vino cotto presenti in tutte le case rurali fino a cinquanta anni fa, sono state demolite quasi tutte, cancellando e negando al futuro una testimonianza centenaria. Colpa di professionisti ignoranti, che non hanno saputo coinvolgere i nuovi proprietari delle case rurali al momento del restauro e renderli coscienti e consapevoli del valore storico di queste strutture quali testimonianze della cultura rurale dell’area, riducendone così anche il valore economico.


Cantina Galoni
 
Locali cantina per il vino cotto
 
Cantina Gentili

Queste sono rappresentazioni grafiche di locali cantina per il vino cotto. Piccole e medie dimensioni niente di industriale, comunque la struttura sarebbe stata la stessa a parte le dimensioni anche per cantine con una rilevante produzione di vino cotto a fini commerciali. Le popolazioni che non disponevano o non dispongono di architetture di questo genere per la produzione del vino cotto non possono dirsi popolazioni con la tradizione di tale vino.

Ottobre 2015

Giuseppe Gentili

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A volte non capisco i premi di architettura

A volte non capisco i premi di architettura, forse le assegnazioni sono fatte improvvisando senza una analisi di valori architettonici precisi, sono premi veicolati solo a fini commerciali, allora possiamo giustificare tutto, altrimenti come si può premiare una palazzina con tanto di terrazzini adornati di basilico. Il famoso “bosco verticale” anche se a prima vista, da una certa distanza, può essere accattivante, perché verde, non è architettura. Il fatto è che appena si vede un po’ di verde il giudizio diventa spontaneamente positivo, a prescindere. Le piante sono sul terrazzo non all’interno dello spazio vissuto. Come il valore corrente della società attuale: apparire.

Il “bosco verticale” mi ricorda solo una palazzina un po’ più alta con tanti terrazzini, ma sempre una palazzina, cosa c’è di tanto valore architettonico?. Che sul terrazzino ci siano delle piante è oltremodo ovvio. Ma nel nostro tempo conta la possibilità di comunicazione, la divulgazione della comunicazione e la pochezza delle idee, non il valore, l’intrinseco, la filosofia architettonica.

A Vienna c’è stato un artista e un architetto che insieme hanno costruito vera architettura verde non apparente e per di più a dimensione umana, quello che dovrebbe essere sempre l’architettura e quella che dovrebbe essere premiata, inoltre realizzata nei primi anni ‘80, molto prima del “bosco verticale”.

La casa Hundertwasser-Krawina fa un solo boccone del bosco verticale, non lo vede per niente, ma al contrario ha pochissima notorietà mediatica. Basta guardare due foto a confronto per percepirne la differenza. Se poi entrassimo all’interno delle due architetture scopriremmo nel Bosco Verticale appartamenti tipici dei palazzinari, mentre nell’altra troveremmo la giusta scala tra l’uomo e la natura, l’armonia, la poesia, la fantasia, altro che una palazzina un po’ più alta.

Meditate gente, meditate. (specialmente quelli che danno i premi)

architetto Giuseppe Gentili

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Al direttore di "Libero"
Alla dottoressa Nicoletta Orlandi Posti


IL BOSCO VERTICALE

Leggo il vostro giornale, “Libero”, praticamente da quando è nato. Una volta ho provato a scrivere a questo giornale senza ricevere risposta. Tale e quale a come quando si scrive ad un Ente Pubblico per contestare qualche cosa, non c’è mai risposta; anche per questo messaggio non ci sarà risposta,

Dopo aver letto l’articolo sul “bosco verticale dell’arch. Boeri a Milano” redatto dalla dottoressa Nicoletta Orlandi Posti, di martedì 31 maggio 2016, mi sono reso conto ancora di più che voi giornalisti credete di poter scrivere su qualsiasi argomento con la consapevolezza di essere depositari della verità.

Qualche volta bisognerebbe porsi qualche dubbio prima di osannare qualcuno o qualche cosa. Un premio d’architettura non presuppone in assoluto che l’oggetto premiato sia di valore architettonico, potrebbe essere soltanto una convenienza, delle tante esistenti, per qualcuno. Il fatto che il “bosco verticale” abbia ricevuto diversi premi non garantisce un bel nulla di valore. Le assegnazioni di questi premi sono veicolate solo a fini commerciali, legati ad interessi precisi immobiliari sociali o di altro e vario genere, raramente del solo valore architettonico che è comunque raro nel nostro tempo. Come si può premiare una palazzina con tanto di terrazzini adornati di basilico, se non in funzione della visione suddetta.

E’ proprio vero che “…prima di criticare bisogna conoscere...” ma non solo il libro scritto dall’arch. Boeri, perché altrimenti è come dire: “oste è buono il vino?...” invece, dottoressa Orlandi Posti, bisognerebbe avere una visone olistica dell’argomento che si sta trattando.

Il famoso “bosco verticale” anche se a prima vista, da una certa distanza, può essere accattivante, perché verde, non è architettura. Il fatto è che in certi ambienti culturali appena si vede un po’ di verde il giudizio diventa spontaneamente positivo, a prescindere.

Il “bosco verticale” mi ricorda solo una palazzina di borgata, un po’ più alta e con tanti terrazzini, ma sempre una palazzina; cosa c’è di tanto valore architettonico? Che sul terrazzino ci siano delle piante è oltremodo ovvio. Ma nel nostro tempo conta la possibilità di comunicazione, la divulgazione della comunicazione indirizzata e la pochezza delle idee, non il valore, l’intrinseco o la filosofia architettonica.

A Vienna c’è stato un artista e un architetto che insieme hanno costruito vera architettura verde e per di più a dimensione umana, quello che dovrebbe essere sempre l’architettura e quella che dovrebbe essere premiata, inoltre realizzata nei primi anni ‘80, molto prima del “bosco verticale”. La casa Hundertwasser-Krawina fa un solo boccone del bosco verticale, non lo vede per niente, ma al contrario ha pochissima notorietà mediatica. Basta guardare due foto a confronto per percepirne la differenza. Se poi entrassimo all’interno dell’architettura scopriremmo: appartamenti tipici dei palazzinari nell’un caso, mentre nell’altro troveremmo la giusta scala tra l’uomo e la natura, l’armonia, la poesia, la fantasia, altro che una palazzina un po’ più alta.

Qualche mese fa stavo a Milano e deviando il percorso del taxi mi sono fatto portare alcune volte sotto al bosco verticale. Essendo in inverno l’immagine era veramente squallida ed oltremodo triste. Tralascio il giudizio dei tassisti e quello popolare su questi edifici come mi hanno raccontato. Ma tornando solo all’architettura, egregia dottoressa Orlandi Posti, non è che si risolve il problema della cementificazione delle città mettendo gli alberi sul terrazzo, e neanche usando materassi verdi da parete o come si chiamano giardini verticali, ma almeno questi hanno un aspetto decorativo decente tutto l’anno. Mai sentito parlare di P. Blanc? Per risolvere il problema della cementificazione delle città non si deve costruire più nulla di nuovo, ma solo restaurare l’esistente e nel caso sia costruito durante gli anni sessanta o giù di lì, demolire quello che non serve. I boschi si debbono godere nella libertà della natura, ci mancherebbe che ora facciate passare anche questo messaggio: il bosco verticale è più bello. Lasci perdere i Cinesi e le “Città foresta”, i Cinesi hanno tanto di quello spazio che potrebbero vivere benissimo nella natura senza bisogno dei succedanei delle foreste per ovviare alle tante città inquinate, basterebbe cambiare il modello e il concetto di vita. Di questo Lei dovrebbe parlare del modello di città e di vita umana nella città, non di sperticati elogi al “bosco verticale”.

Sarnano 31 maggio 2016

Giuseppe Gentili
architetto contadino

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ELEMENTARI MISURE ANTISISMICHE
PER LE MURATURE DEGLI EDIFICI STORICI

In 43 anni di professione, ho avuto varie esperienze di terremoti, a cominciare dai primi anni ‘80, quando frequentai un corso di meccanica delle murature storiche tenuto a Senigallia dal professor Antonino Giuffrè (Università di Napoli). Corso fondamentale e precursore dei tempi nel restauro antisismico delle murature storiche, che fu frequentato da pochi professionisti delle Marche.

Inoltre più di una volta ho letto e riletto il famoso canonico testo di Sisto Mastrodicasa “Dissesti Statici delle Strutture Edilizie”, anche se non in maniera ingegneristica, perché per questo ci sono gli ingegneri.

Poi documentazione sul campo nei sopralluoghi per l’agibilità nelle aree centrali del terremoto del 1997, Visso, Colfiorito, Cesi ecc. e successivi interventi di restauro sia degli edifici pubblici che privati.

Questa è una minima ma indispensabile conoscenza dei problemi del terremoto relativamente agli edifici storici, conoscenza che resta pur sempre minima per me.

Molto spesso si dice che le murature antiche resistono meglio ai terremoti ed è vero, perché il tempo era in funzione della buona muratura e non della finanza, e la conoscenza della muratura e della sua statica era ben presente e conosciuta ai professionisti dell’epoca..

Uno dei grandi architetti del rinascimento Leon Battista Alberti, in un suo trattato sull’architettura (1485) afferma:”I naturalisti hanno notato che in natura i corpi degli esseri animati risultano strutturati in modo tale che le ossa non restino in nessun punto staccate tra loro. Allo stesso modo le ossature (degli edifici) saranno da riunire alle ossature, ed esse tutte da rafforzare nel modo più opportuno con nervi e legamenti; sicché la successione delle ossature, collegate tra loro, risulti tale da resistere da sola, quand’anche ogni altro elemento venisse a mancare, perfettamente conchiusa nella solidità della sua membratura”.

Con semplici interventi base, oltretutto di basso costo, orientati sulle tecniche dell’ ing. Giuffrè, si potrebbero evitare molti disastrosi crolli durante il sisma. Personali esperienze di restauro prima e dopo alcuni terremoti del passato mi hanno dato conferma di questo.

  1. L’intervento che non dovrà mai essere fatto nel restauro di un edificio storico, qualunque sia la dimensione, è quello di introdurre all’interno della struttura rigidezze diverse dalle esistenti, in sintesi il calcestruzzo armato: sia sottoforma di solai che di portali o architravi o cordolature o riprese di murature con alta resistenza. Questi interventi demolirebbero l’edificio. Perfino nel Vangelo di Marco (2, 18-22) c’è un discorso di Gesù che dice: “Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore”. Questo duemila anni fa.

  2. Fissaggio delle travi in legno dei solai di piano e di copertura alla muratura portante per impedire che con il movimento sismico escano dal piano di posa nel muro e crollino insieme portandosi dietro il resto del solaio. Una semplice cordolatura con profilati metallici bloccati a parete con spinotti e le travi fissate ad essa con tirafondi, impedirà la caduta delle travi e dei solai pur mantenendo la indispensabile elasticità della struttura. Questa cordolatura potrà anche essere realizzata a vista all’intradosso dei solai.. La cordolatura metallica è di per se elastica e non rigida, e costituirà anche il legante tra le pareti ortogonali dell’edificio ammorsando gli spigoli senza appesantire la struttura e senza produrre spinte unitarie ed unidirezionali in caso di sisma. Purtroppo questo sistema studiato e sperimentato dall’ ing. Giuffrè, pur avendo dato esiti positivi nella mentalità ingegneristica corrente sembra non essere stato percepito. Ieri sera 5 settembre, in una trasmissione televisiva, un ingegnere esponente di una delle tante Università Italiane, di uno dei tanti Istituti Antisismici, continuava ancora a sostenere che in sommità degli edifici in muratura, per avere un comportamento scatolare degli stessi, è necessario porre in opera cordolature in calcestruzzo armato che colleghi le murature, non ancoraggi metallici leggeri ed elastici ma pesanti e rigide cordolature in calcestruzzo armato. Se questi elementari concetti non entrano in testa neanche agli specialisti poi cosa ci possiamo aspettare.

  3. L’incoerenza e la degenerazione della malta delle murature, specialmente quelle in pietra, si può ovviare mediante iniezioni di boiacca di cemento a bassa resistenza che eseguita seguendo lo schema di una maglia di 70 cm circa per tutto lo sviluppo del muro consoliderà l’insieme ripristinando i piani di posa sconnessi delle pietre, pur mantenendo le stesse caratteristiche architettoniche.

Oggi ho ascoltato un TG che comunicava che nelle zone terremotate di Amatrice e dintorni si stanno raccogliendo su ordine delle Procure campioni di materiali crollati. A cosa possono servire i campioni di materiali crollati! Anche dopo approfondite ricerche, che gli esperti eseguiranno, i mattoni resteranno mattoni le pietre si saranno comportate da pietre, il ferro manterrà la caratteristica del ferro. Forse si cercano campioni di malta per scoprire la carenza di cemento, ma i muri di questi edifici sono di qualche secolo fa, dove il cemento non è presente, inoltre non è la carenza di cemento nella malta il problema, anzi a volte è pure meglio, ma il danno viene provocato dal non idoneo assemblaggio dei materiali costituenti l’edificio e dalla mancata messa in sicurezza delle strutture. Oggi non si risparmia sul cemento, il costo è ridicolo, non servono le fibre al carbonio o altre cosiddette tecnologie avanzate per un buon restauro delle murature storiche, serve solo un minimo di conoscenza della letteratura specifica e un po’ di esperienza.

6 settembre 2016
arch. Giuseppe Gentili

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IL PRESEPIO NELLA GROTTA DI SOFFIANO A SARNANO

Ventiquattro anni fa, nel 1992, io e Renzo Polucci pensammo di fare un presepio particolare nella grotta di Soffiano a Sarnano in ricordo del presepio di Greccio fatto da San Francesco nel 1222. La grotta di Soffiano come tutti sanno, è l’eremo dove prima alcuni benedettini poi francescani vissero in preghiera ed isolamento. Il presepio doveva scuotere un po’ gli animi e far pensare ad un evento di duemila anni fa che se fosse successo oggi avrebbe avuto ben altro impatto. Pensiamo ad un evento del genere oggi, sicuramente neanche i pastori sarebbero andati perché l’avrebbero presa come una pubblicità di qualche prodotto per neonati, si sarebbero messi subito in contatto con il mondo attraverso i loro cellulari e avrebbero liquidato la cosa in men che non si dica. Altro che stupore o angeli annunciatori. Gli angeli sarebbero stati presi come testimonial di qualche centro commerciale. Allora visto il nostro, modo di approccio alle notizie o agli eventi, come accettiamo la nascita di un Dio in una grotta anonima visitata da ignoranti e analfabeti pecorari. A cosa crediamo oggi dell’evento del Natale, siamo in grado di immedesimarci senza commento moderno nella personalità di quei pastori? E come reagiremmo? Se riuscissimo a porci questo problema, e magari anche senza riuscire a dare risposta, già avremmo vissuto il Natale con un minimo di cognizione di causa. Il presepio che avevamo pensato sarebbe dovuto servire a creare proprio questo problema.

LA GROTTA
DI SOFFIANO
IL PRESEPIO NELLA
GROTTA DI SOFFIANO
DEPLIANT DEL 1992
PAG 1
DEPLIANT DEL 1992
PAG 2

All’interno della grotta di Soffiano posizionammo un grande uovo bianco schematizzato realizzato in legno, e sullo sfondo la sagoma del Cristo in età matura, come da foto allegata. Questi erano i simboli del Natale: la nascita e l’evoluzione della parola di Cristo. Segni che avrebbero dovuto stimolare interiori meditazioni aiutati anche dalla possibilità di visitare il presepio anche di notte, avvolti oltre che dal silenzio della valle interrotto dallo scorrere del torrente Rio Terro, anche da una debole musica di canti natalizi e da una luce laser che si innalzava nel cielo come la cometa e che poteva essere vista perfino dalla piana di Pian di Pieca. Una bella scenografia stimolante per confrontarci oggi con un evento particolare e constatare le nostre reazioni. Se il Natale non suscita non dico stupore, che per l’uomo di oggi è alquanto raro, ma almeno un dubbio un qualsiasi piccolo dubbio anche che dura poco tempo, ci stiamo prendendo in giro, stiamo perdendo tempo, facciamo una cosa che non sappiamo neanche cosa essa sia, non stiamo festeggiando il Natale ma un qualsiasi giorno festivo.

Invece fummo denunciati da alcuni "s'verdi" ovviamente anonimi e vili, che si rivolsero al corpo forestale dello stato dicendo che la debole musica avrebbe infastidito il sonno del lupo appenninico che dormiva proprio li sotto (che poi in quel periodo non c’era, oggi è stato reintrodotto), inoltre dissero che avremmo accecato con la nostra luce laser del tipo discoteca, alcuni uccelli e che la mattina sarebbero stati visti a terra privi di vita. Alcuni giorni dopo io e Renzo fummo interrogati dal Maresciallo del Corpo Forestale di Sarnano. Ovviamente il presepio fu sospeso, ma comunque alla faccia loro, come si dice, ogni anno è stata celebrata una messa il giorno della vigilia di Natale, ed ogni anno è stata frequentata sempre da più persone. Forse in qualcuno di queste persone qualche pensiero trascendente questa Messa nella grotta lo crea. Quest’anno visto il terremoto, ed il reale pericolo di massi che potrebbero rotolare a valle, la messa non ci sarà.

Voglio allegare sia il messaggio che avevamo scritto sulla locandina che annunciava l’evento sia una foto del presepio nella grotta. L’Italia è fatta per la maggior parte di gente che dice sempre no e che non fa una nulla tanto meno farsi venire un dubbio su una cosa del genere, però molti vivono alle spalle di chi fa e propone.

Arch. Giuseppe Gentili

 

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LA COLPA È DI LE CORBUSIER!

Si, è colpa di Le Corbusier, il grande architetto del razionalismo, nato svizzero e naturalizzato francese. Di quale colpa? Quella di aver teorizzato, dopo la sciocchezza del “modulor” per proporzionare, secondo lui, gli spazi architettonici e funzionali per l’uomo, il concetto che è meglio avere grandi edifici con rilevante densità per la residenza, con servizi e spazi comuni, e lasciare in questo modo grandi estensioni di aree verdi nell’intorno da utilizzare come parchi.

Le sue tesi, nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale l’ha poi messe in pratica con “l’Unité d’Habitation de Marseille”, dove nel 1946 ha applicato i suoi principi realizzando un grosso edificio residenziale con ampie aree verdi intorno, con servizi e spazi comuni, come asilo nido, negozi, biblioteca ecc. In sintesi un pezzo di città autosufficiente, la città verticale racchiusa in un unico edificio capace di ospitare circa 1600 abitanti e più.

Queste teorie suffragate dalla realizzazione dell’Unità di Abitazione, promossa dal governo di sinistra Francese del dopoguerra, non lasciarono indifferenti i politici italiani tanto che per la realizzazione di case popolari negli anni '60-’70, sinistri architetti hanno progettato su incarico dello IACP: a Roma Corviale, a Napoli le Vele, a Palermo il quartiere Zen.

 

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Corviale
Roma
L’Unité d’Habitation
de Marseille
Le Vele
Scampìa, Napoli
Quartiere Zen
Palermo

A tutt'oggi le realizzazioni italiane sono considerate da tutti, sinistra compresa, luoghi di alto degrado ambientale e pericolosi luoghi per vivere. In parte semiabbandonati in parte occupati, totalmente lasciati ad un progressivo deterioramento che si è consolidato negli anni, stato di abbandono e immondizie da tutte le parti.

Si è giunti quindi ad identificare la colpa di tale degrado con l'architettura, questi ambienti sono degradati per colpa dell'architettura, quindi la soluzione è la demolizione. Se ne parla molto spesso sui media. La proposta di demolizione è stata anche suffragata da un architetto "archistar", dichiaratamente di sinistra, come Fuksas (dimenticando di aggiungere alle demolizioni anche la sua chiesa di Foligno).

Qui c'è qualcosa che non va. Un ambiente è degradato, o si degrada, non certo per l'architettura ma per l'incuria, il mancato controllo e l'illegalità di chi vi abita. Ora visto che questi edifici sono stati costruiti si dovrebbe pensare ad un loro recupero vista la necessità di alloggi in queste città e non spendere ulteriori finanziamenti per la demolizione, per poi non avere nulla. Ogni Comune dovrebbe gestire il proprio territorio in modo che non si verifichino bolle di degrado lasciate a se stesse, oltre tutto le suddette architetture alla fine costate quello che sono costate non sono da buttare, anzi ci sono spazi ed ambienti che hanno caratteristiche stimolanti e piacevoli, atte anche alla socializzazione. Non per questo accetto le teorie di Le Corbusier. Se i suddetti edifici riacquistassero l'interesse delle Amministrazioni Comunali e queste si impegnassero alla semplice ripulitura degli ambienti ed alla pulizia giornaliera degli spazi comuni, la gente potrebbe abitare questi edifici anche con un senso di vivere in architetture comunque espressioni di un periodo storico, purché pulite, ordinate e controllate come qualsiasi altro spazio urbano.

La sinistra non è in grado di ammettere e quindi correggere i propri errori, preferiscono la demolizione. La presa di coscienza degli errori è il principio base per l'evoluzione, ma non ho mai sentito nessuno che dica: Le Corbusier non è un grande architetto anzi ha ispirato una infinità di problemi, quindi dimentichiamolo.

Sarnano 10 agosto 2016

Arch. Giuseppe Gentili

 

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GLI ARCHITETTI DEBBONO SAPER DISEGNARE?

Si, gli architetti debbono saper disegnare.

Un architetto deve saper disegnare per avere una visione mentale tridimensionale cosciente dello spazio che vuole progettare, il disegno lo rende visibile all’occhio ed alla sensazione degli altri oltre che alla sua. Un computer ha una dimensione tridimensionale incosciente dello spazio.

Quale è la differenza? Che il computer non è conseguenziale alla consapevolezza di progettare per l’uomo. L’architetto che non sa disegnare e usa direttamente il computer per progettare è carente di sensazione umana. Il computer risolve altri infiniti e grossi problemi, meno questo. Chi pensa che nell’epoca digitale del pc e tablet non serva saper disegnare, lo pensa proprio perché non sa disegnare, e lo si scopre immediatamente da come impugna la matita o la penna.
Incontro bambini e bambine, gente giovane e meno giovane, non certo gli anziani o vecchi, che non sanno tenere la matita in mano, colpa grave degli insegnanti delle scuole materne ed elementari. Meditate insegnanti, meditate.

Mi hanno insegnato a disegnare e ringrazio la maestra Vincenza Casagrande che alla prima elementare, il primo giorno di scuola, mi insegnò a tenere in mano la matita e la penna e il giusto modo di usarle.

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Disegni di Giuseppe Gentili

20 febbraio 2015

Arch. Giuseppe Gentili

 

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