Commenti e Saggi


12. Il paesaggio agricolo storico marchigiano. Un futuro negato?


Conferenza

» Scarica il PDF della conferenza



paesaggio agricolo storico marchigiano

Le considerazioni che seguono sono riferite, nello specifico, al paesaggio agricolo Marchigiano, ma sono applicabili a tutti i paesaggi agricoli. Li chiamo paesaggi “agricoli” e non rurali perchè questi non sono un dono divino né il risultato di combinazioni di eventi naturali, ma il prodotto di secoli di intelligente e premuroso intervento dell’uomo, che ha saputo utilizzare i suoli lavorandoli e traendone la sussistenza, senza mai violenze  e squilibri tali da comprometterne la delicata esistenza.
L’insediamento umano in un qualunque territorio, si manifesta e si caratterizza immediatamente alla vista con la presenza di due  distinti elementi complementari: manufatti architettonici, cioè costruzioni a varia funzione, e la variegata geometria dei campi coltivati che nei secoli l’uomo con dura fatica ha strappato al bosco.
Il bosco rappresenta il tessuto connettivo di questi due caratteri, senza essere comunque per se stesso testimone di antropizzazione, salvo casi particolari.



paesaggio agricolo storico marchigiano

Questi due elementi  essenziali,  architettura e coltivo, testimoniano e hanno sempre testimoniato nel tempo il progresso di una popolazione, caratterizzandone le epoche di maggiore o minore sviluppo. Calandoci nella realtà marchigiana, il paesaggio agricolo viene caratterizzato principalmente dalle variegate figure geometriche dei campi coltivati che si compongono libere e complesse di immediata percezione e fascino, definite dalla diversità delle colture e delimitate da filari di piante più o meno densi,  da case sparse o agglomerate in villaggi, paesi e piccole città.

L’immagine paesaggistica delle Marche, tanto cara a tutti, tempo a tempo scomparirà per l’avanzare incondizionato del bosco che si appropria spontaneamente dei terreni agricoli abbandonati, ricostituendo un fitto ambito boschivo, senza possibilità di ripristino dell’area coltivata, e quindi del paesaggio agricolo storico, perché secondo le attuali leggi forestali  il bosco può essere sfruttato ma non sradicato.

Se io volessi distruggere un bosco, sradicarlo, eliminarlo, le attuali  leggi statali o regionali in vigore me lo impedirebbero;  se volessi distruggere o trasformare un borgo rurale storico o un edificio storico, oppure demolirli per vendermi i materiali di risulta,  le leggi statali o regionali,  me lo impedirebbero; al contrario,  se volessi seminare o impiantare  essenze arboree da bosco, tipo carpine, ornello quercia, ecc, in una area agricola che fino a ieri era coltivata, un’area del genere caratterizzante il paesaggio agricolo storico marchigiano, non esiste nessuna legge che potrebbe impedirmelo, io sarei libero di rimboschire quello che voglio.

In questo caso io distruggerei una evidente traccia della civiltà umana agricola, che per secoli, ha testimoniato la presenza e lo sviluppo delle popolazioni insediate, tale e quale ai villaggi e gli edifici storici.

Credo ci sia  qualche cosa che non va!!!  Le diverse manifestazioni che  testimoniano lo sviluppo umano, dalla caverna in poi, sono trattate in maniera opposta.   

Lo Stato e la Regione Marche, con leggi appropriate, salvaguardano  quello che si definisce bene storico-architettonico, tutelandone la conservazione, favorendone la conoscenza, divulgandone l’immagine, a volte ne controlla perfino la destinazione d’uso impedendone la trasformazione in altro, e lo stesso Stato e Regione Marche non si preoccupano di tutelare, in maniera cogente, il sistema dei campi coltivati, il quale per abbandono,  negli anni può scomparire sotto una coltre boschiva che ne cancella la storia in via definitiva. (Foto 3 paesaggio storico marchigiano inselvatichito- la valle di Terro)



paesaggio storico marchigiano inselvatichito - la valle di Terro

Porto come esempio la valle di Terro, Sarnano. La valle come la vediamo adesso è ben diversa dall’immagine che avrebbe dato cinquanta anni fa, quando ancora erano ben evidenti i campi lavorati che l’uomo nella sua storia centenaria, fin dall’ alto medioevo, aveva ricavato dalla natura selvaggia, disboscando con grande fatica molte aree per farne luogo di colture indispensabili alla vita delle popolazioni. Ambienti rurali modellati secondo le necessità e testimoni della storia, che amministratori e legislatori regionali e nazionali, con discutibili visioni culturali e poco accorti, non hanno individuato come valore da mantenere e salvaguardare alla stessa maniera delle emergenze architettoniche e storiche.


la valle di terro, “la Disperata” dopo alcuni anni di abbandono

la valle di terro, “ la Disperata” dopo 30 anni di abbandono


Al contrario, sono state approvate leggi in favore dell’inselvatichimento dell’ambiente, privilegiando una maniacale protezione del bosco tale da cancellare per sempre il risultato di centinaia di anni di lavoro agricolo, e non solo a Terro ma in molte altre aree rurali della regione che a breve, se non si prenderanno provvedimenti mirati alla salvaguardia, saranno destinate a diventare zone selvagge, completamente ricoperte dai boschi.

Quale elemento culturale si sta perdendo lo si può evidenziare a titolo esemplificativo con un toponimo che materializza la difficile vita rurale in queste zone. Il toponimo è riferito a un’area una volta coltivata e di proprietà della famiglia di Galoni Serafino, che veniva e viene ancora chiamato la Disperata. Già il nome definisce il carattere del sito, terreno con una forte pendenza che comunque era coltivato a vite, cereali e rare piante da frutto, dissodandolo manualmente senza neanche l’aiuto degli animali per l’impossibilità operativa di questi, ed oggi completamente coperto dal bosco, ineliminabile, anche se volessimo,con le leggi attuali di tutela.

Un’ architettura, un edificio, anche dopo centinaia di anni continua a testimoniare l’uomo,  quindi può essere restaurato, recuperato riportato alla luce con scavi archeologici, pubblicizzato e protetto come bene dell’umanità.  Un territorio agricolo abbandonato, dove in pochi anni vi ricresce il bosco, non potrà più testimoniare l’uomo, perché non sarà più possibile restaurarlo, ripeto restaurarlo, sradicandone la nuova vegetazione, perché questa cosiddetta naturalizzazione  è protetta e tutelata dalle leggi attuali.  Quindi due manifestazioni della cultura di una popolazione vengono trattate in due modi diversi: l’una potrà continuare a testimoniare la civiltà umana, mentre all’altra è preclusa l’esistenza in futuro.

Qualunque architettura,  qualunque edificio,  pur abbandonato per lungo tempo, può essere restaurato,  e riproporsi dopo come testimonianza di epoche passate, ai campi  coltivati  da secoli, questo non è concesso.

Se permettiamo che il territorio ritorni selvatico,  cancellando le tracce della coltivazione, annulleremo la nostra storia,   è come se tornassimo indietro di centinaia di anni.

Il paesaggio storico rurale deve essere  tutelato alla stessa maniera del patrimonio storico-architettonico, anche perché la storia non può prescindere l’uno dall’altro.
Propongo un esempio pratico.

La ricrescita spontanea di un bosco a volte condiziona fortemente anche l’intervento di restauro di un edificio storico, quando questo è insediato al suo interno, limitando i risultati e riducendo le sensazioni che tale edificio, pur restaurato, potrebbe suscitare.


Roccacolonnalta vista notturna


Roccacolonnalta San Ginesio, lato est

Roccacolonnalta vista attuale da Pian di Pieca


Prendiamo per esempio il castello di Roccacolonnalta, un castello del XII e XIII secolo situato nel Comune di San Ginesio,  all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini,  da secoli abbandonato, poi nell’anno 2000 abbiamo iniziato un restauro con il plauso di molti e le denunce di alcuni.

L’area circostante è completamente coperta da boschi fino al limitare delle mura, coprendo anche le tracce della prima cinta fortificata. (Foto 6 - Roccacolonnalta vista aerea)

Nei certificati catastali degli anni fino al 1996, le aree di proprietà confinanti ad est erano classificate “pascolo cespuglioso e seminativo arborato” dopo gli anni 2000 il certificato catastale classifica le aree come bosco ceduo.

Durante i primi lavori di restauro chiedemmo alla Provincia di Macerata l’autorizzazione al taglio e lo  sradicamento del bosco, affinché l’immagine del castello, con intorno un prato senza bosco potesse essere più vicina a quello che era qualche decennio fa e sicuramente quello che era nel medioevo. L’autorizzazione fu negata per i motivi esposti prima: le leggi tutelano e favoriscono il ritorno allo stato selvatico del territorio, in questo caso a discapito del restauro di un bene storico-architettonico tutelato dalle leggi dello stesso Stato.


Roccacolonnalta vista aerea

Roccacolonnalta particolari restaurati

Il restauro di un edificio di questo genere non si deve limitare alla sola conservazione muraria, ma deve poter ridare la sensazione di un ambiente composto di architettura e di area circostante, che dovrà essere  priva di alberatura di qualsiasi genere, il restauro deve farci rivivere le emozioni che la Rocca poteva suscitare con la sua immagine in cima alla collina, specialmente vista dalla piana di Pian di Pieca.

Credo che un ottimo restauro sia quello che,   oltre al bene,  ci ripropone restaurato anche lo spazio in cui questo è inserito,  anche se spazio libero, vuoto,  alla fine   ci deve riproporre stimoli, sensazioni e sentimenti, allora potremo dire di aver fatto un buon lavoro. Certamente il bosco al limite delle mura della Rocca riduce e condiziona  sensazioni del genere.

Credo che i termini del problema siano stati chiariti, ma in sintesi li voglio riproporre:



paesaggio storico agricolo marchigiano

Il paesaggio rurale storico, cioè quello fatto di campi coltivati, che  esiste da centinaia di anni, deve essere tutelato alla stessa maniera di come si tutelano i beni storico-architettonici, quindi come si effettua il restauro di un edificio antico, testimonianza del passato dell’uomo, così le leggi debbono permettere e stimolare  il restauro dei campi un tempo coltivati,  dai quali è stata tratta la sussistenza per lo sviluppo umano e per realizzare il bene storico-architettonico suddetto.

In pratica se un campo è stato abbandonato per qualche anno  e sono ricresciute spontaneamente le piante,  queste debbono poter essere estirpate, dico estirpate, eliminate,  non solo tagliate, per poter riproporre il campo da coltivare; questo si chiama anch’esso restauro di un bene culturale testimonianza della civiltà umana.

Si potrebbe obiettare che nessuno nel nostro tempo riuserà il campo per la coltivazione di prodotti agricoli, vista la sicura rimessa economica magari per l’esiguità  dell’area,  ma questo non è il solo scopo del restauro, la finalità non è solo la produzione agricola che potrebbe essere riattivata in quel campo, ma è il mantenere viva una componente fondamentale del paesaggio agricolo storico, componente che ne definisce  il carattere e l’unicità insieme a tante altre.

Facciamo un confronto con il restauro di un’ architettura  storica, per esempio il Colosseo di Roma che tutti conosciamo,  il restauro di un edificio del genere non ha la finalità di riproporne l’uso dopo i lavori, non si allestiranno gli spettacoli con i  gladiatori o le feste imperiali, allora siccome il restauro non è finalizzato all’utilizzo originale per questo motivo non si deve procedere al suo recupero ed alla sua conservazione? Ci facciamo ricrescere il bosco dentro o nell’intorno, lo scomponiamo e ci vendiamo i materiali? perché no?



paesaggio storico agricolo marchigiano

Le considerazioni fino qui svolte sono valide per qualunque paesaggio agricolo, ma maggiormente ed in maniera particolare per quello meraviglioso marchigiano.

Il paesaggio marchigiano è tanto  giustamente pubblicizzato dalla Regione Marche,  perfino utilizzando personaggi molto noti che non parlano neanche l’Italiano, pur di riuscire nello scopo, ma il grave problema e quello che questo particolare paesaggio è destinato a non avere un futuro, perché tra qualche anno quando la tradizione agricola marchigiana, innata nella popolazione, inizierà ad affievolirsi  e il numero degli agricoltori e delle superfici coltivate si ridurranno progressivamente, il territorio si ridurrà ad una immagine selvatica, senza più possibilità di riconversione.

Quindi da una parte si pubblicizza un tipo di paesaggio, dall’altra si impedisce che questo possa avere un futuro impedendone il restauro dopo qualche anno di abbandono. Il nostro ambiente agricolo resiste ancora,  anche perché, oltre agli agricoltori di professione, le aree, anche se di piccola entità, vengono coltivate o curate da gente di tradizione agricola ma di diversa professione, che allo stesso tempo fa le due cose, come me che tento di salvaguardare dal bosco i terreni su i quali i miei antenati hanno passato la loro vita, permettendo a me di vivere la mia. Un mio amico giapponese mi chiama architetto-contadino, e per fortuna non sono il solo, ci sono altri diversi professionisti, e non pochi, che nelle Marche oltre alla loro attività, dedicano parte del loro tempo convintamene all’agricoltura. Qualche tempo fa all’appuntamento per una personale visita cardiologia, il cardiologo si è scusato del leggero ritardo perché aveva avuto problemi con il trattore. Chi sa curare la terra, meglio cura la persona  e impara l’umiltà, qualità molto rara.

In conclusione auspico che lo Stato o almeno la Regione Marche modifichi  le attuali leggi sulla ricrescita spontanea del bosco al fine di permettere il restauro del paesaggio agricolo marchigiano con lo sradicamento della ricrescita, in quelle aree che nel catasto del dopo guerra, cioè nella cosiddetta levata del 1947 risultavano seminativi e pascoli.

Forse ho ripetuto per troppe volte gli stessi concetti, ma questi sono proprio quelli che volevo comunicare.

Grazie a tutti

Sarnano 29 settembre 2012
arch. Giuseppe Gentili