Commenti e Saggi


23. Perché acquistare un bene storico culturale abbandonato


(tema del mio intervento)

Seminario del 9 ottobre 2015 organizzato dall’Ordine degli Architetti di MC a San Ginesio Teatro G.Leopardi

Tema molto particolare e la risposta non è semplice, è come chiedere perché ti piace la cioccolata. Forse non la so, comunque credo sia stata un’azione generata da diverse condizioni:

1) il fatto che fin dagli anni dell’Università avessi frequentato la Rocca con un francescano uno storico che in quegli anni stava facendo ricerche per la storia di Sarnano, il quale mi aveva descritto l’edificio come un risultato delle crociate quindi un edificio di rilevante interesse storico culturale, a ingenerato un fascino per questo castello che mi ha tenuto compagnia per anni;

2) forse la consapevolezza di vedere un manufatto storico abbandonato e da nessuno considerato, sconosciuto quasi a tutti, infatti negli anni 1995-96 con due lettere inviate a due diversi sindaci suggerii al Comune di San Ginesio l’acquisto della Rocca descrivendone la rarità architettonica, ma in nessun caso ebbi risposta.

3) forse il ricordo di fantasie infantili: credo tutti fin da piccoli abbiamo desiderato di visitare, scoprire un castello figuriamoci esserne il proprietario;

4) oppure l’illusione di poter in seguito coinvolgere qualche azienda della Regione al fine di poter effettuare un intervento di restauro volto al riuso in qualche modo dell’immobile;

5) alla fine credo ci sia stata molta incoscienza, fino a coinvolgere il mio amico Renzo Giannini nell’acquisto, anche lui affascinato da questa cosa. Empatia verso roccacolonnalta avuta fin dai primi anni di Università quando visitavo questo luogo impenetrabile per la fitta vegetazione, e le torri rotonde che si intravedevano tra gli alberi e le fitte edere erano come se chiedessero aiuto.

Che Roccacolonnalta sia un oggetto di valore storico culturale è indiscutibile e già soltanto per questo dovrebbe essere oggetto di grandi attenzioni da parte di tutti specialmente dallo stato e suoi derivati. Ma non è così come ben sappiamo.

Mia nonna diceva in seguito a qualche diverbio“ ve ne accorgerete quando non ci sarò più” . Questa frase potrebbe essere appropriata anche ai nostri beni culturali di vario genere: ce ne accorgiamo quando non ci sono più. Solo che mentre verso mia nonna c’era l’affetto della famiglia e quindi un interesse alla sua salute, altrettanto non possiamo dire delle testimonianze nei secoli create dalla cultura dell’uomo. Verso i beni culturali non c’è interesse se non quando questi crollano, e cioè non ci sono più.

Infatti ogni qualvolta che succede qualche crollo di un edificio storico o un furto di un’opera d’arte in qualche museo, tutti i mezzi di comunicazione mettono in evidenza tutte le carenze manutentive e le disattenzioni verso lo scomparso bene culturale, solo in questi casi si esalta il valore della cosa la sua storia ed il suo valore, anche economico- turistico oltre che culturale, allora si incomincia a cercare il capro espiatorio il colpevole dell’incuria, perché è molto comodo e discolpante trovare un colpevole. Il problema è la conoscenza delle cose, un oggetto anche se di grande valore se non è conosciuto dalla massa di persone, vale poco, non solo nessuno si preoccupa della sua conservazione e manutenzione e protezione, la conoscenza di massa di un manufatto è presupposto per la sua conservazione. Quindi la prima grande colpa della poca conoscenza di massa della maggior parte dei beni culturali è dei mezzi di comunicazione, che mentre per esempio nel pallone scrivono pagine e pagine ore di trasmissione televisiva più volte al giorno, creando così una coscienza sul tema anche a quelle persone che non si interessano di calcio, per i beni culturali no. Tutti conoscono il calcio: quando si gioca, in quali stadi, chi sono i protagonisti, se ne parla al bar e negli incontri tra amici. La comunicazione è colpevole della disconoscenza popolare della nostra storia architettonica o artistica in senso lato. Qualche tempo fa ho tentato un’operazione scrivendo ai direttori dei giornali sportivi prima, poi visto che nessuno rispondeva ho scritto ai direttori di tutte le altre testate dei quotidiani, proponendo di creare e diffondere una coscienza artistica di protezione e restauro dei beni culturali nell’ambito del mondo del calcio e dei calciatori, gli unici con possibilità economiche di rilievo: anche qui nessuna risposta, neanche di contrarietà, indifferenza totale. In sintesi estrapolandone alcune parti la proposta era questa: Egregio direttore se Voi con una vostra campagna continua, mirata e suadente veicolaste il concetto secondo il quale si passa alla storia non con il gioco del calcio ma attraverso i suoi frutti e cioè restaurando le infinite opere d’arte che costellano l’Italia: architetture, sculture, pitture, ceramiche ecc. avremmo realizzato il progetto. Quindi ogni professionista del calcio potrebbe, anche con somme modeste o speriamo rilevanti, restaurare una delle tante cose che necessitano di restauro, dalle piccole alle grandi. La quantità degli interventi realizzati a seconda delle somme messe a disposizione produrrebbe un duplice effetto: 1) il professionista calciatore resterebbe nella storia come mecenate, legando così il suo nome ad un bene culturale da lui scelto restaurato e seguito, intervento che sceglierebbe liberamente in base a degli elenchi che ogni comune potrebbero predisporre; 2) La nazione Italia avrebbe negli anni una infinità di beni culturali restaurati che oltre ad incentivare il turismo e di conseguenza l’aumento degli occupati, determinerebbero un immediata crescita di posti di lavoro in tantissimi settori base necessari al restauro.Penso che se Lei direttore prendesse questo progetto come impegno, il suo giornale diventerebbe l’orgoglio della Nazione.

Come gia detto nessuno si è degnato di rispondere, dimostrando così l’effettivo interesse dei mezzi di comunicazione verso i beni culturali.

Ora se i media non sono veicolatori di conoscenza e di proposta attiva per la salvaguardia di queste cose verso la popolazione, non restiamo che noi architetti, perché comunque chi più chi meno noi abbiamo per formazione un atteggiamento di salvaguardia verso le varie espressioni artistiche storiche dell’uomo, un interesse disinteressato, una affascinazione abbastanza naturale.

Roccacolonnalta era sconosciuta anche alla maggior parte degli abitanti del Comune di San Ginesio entro il cui territorio è situata, era sconosciuta anche agli addetti alla gestione del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, pur essendo posta nel suo territorio. Appena l’acquisto era quasi una informe collina di erba e bosco. Solo per gli abitanti delle varie frazione circostanti e della piana di Pian di pieca era il luogo delle fantasie , dei fantasmi e dei tesori nascosti e delle pietre da riutilizzare. Perfino il catasto del 1947 aveva definito l’area della rocca “pascolo cespuglioso”.

Dal 1664 fino agli anni ‘50 del secolo scorso la rocca è diventata una cava di materiale lapideo da costruzione per il restauro delle chiese della spianata di Pian di Pieca e per la costruzione di nuovi edifici nella vicina frazione Rocca.

Nel 2002, io e Renzo Giannini, acquistammo quello che restava della Roccacolonnalta, decidemmo di acquistarla, dopo aver più volte ed inutilmente, sollecitato vari Enti Locali ad entrare in possesso del rudere. Dopo l’acquisto, abbiamo dovuto far fronte a vari ed a volte violenti ostacoli di vario genere compresa una denuncia penale durata quattro anni, da parte del Corpo Forestale dello Stato, perché per realizzare una strada sterrata di cento metri per portare il materiale necessario ai lavori, avevamo sradicato alcune piante e non solo tagliato, come nella richiesta fatta.

Comunque con molta fermezza, nell’anno 2005, dopo molti chili di carta per autorizzazioni e permessi vari, abbiamo iniziato i veri restauri murari; durante gli anni precedenti avevamo solo effettuato una radicale ripulitura delle mura dalla vegetazione che aveva quasi completamente nascosto l’edificio. Quindi, dopo aver bloccato il degrado delle murature perimetrali, nell’estate dell’anno 2007 iniziammo la ripulitura interna con l’assistenza del professor Pio Pistilli, dell’Università “La Sapienza di Roma”, insieme ad una quindicina dei suoi studenti di Storia dell’Arte Medievale. La ripulitura interna è consistita nella rimozione di grandi quantità di maceria da crollo, costituita da pietre, pietrisco, mattoni, coppi e tegole e quello che restava della malta di calce e sabbia, fino a riportare alla luce, pulito, il livello a circa 6,00 metri più in alto del piano di campagna. A tale operazione, considerato l’evidente valore storico culturale della Roccacolonnalta, il Comune di San Ginesio e la Comunità Montana dei Monti Azzurri, hanno contribuito in questa fase con aiuti logistici, vitto e alloggio agli studenti, tutte le altre spese, e sono state tante, sono state a carico nostro.

Nessun contributo in moneta è stato possibile in tutti questi anni da parte di Enti Pubblici vista la natura privata della Rocca. Quando chedevamo a qualche privato o azienda una compartecipazione anche in proprietà purché aiutarci nel restauro, la prima domanda era : quando ci si guadagna? alla risposta: niente! Seguiva: Beh allora no. Abbiamo cercato anche l’intervento di aziende locali di fama nazionale, da queste non abbiamo ricevuto neanche la risposta negativa, ignorati completamente. Per alcuni anni abbiamo sottoposto il progetto anche all’Ente Statale Arcus che finanziava progetti di restauro e sviluppo dei beni culturali, nulla di fatto.

Concludendo alla domanda perché l’abbiamo acquistata forse non ho risposto precisamente perché probabilmente non lo so, cosa vorrei che Roccacolonnalta diventasse invece mi è un po’ più chiaro.

Il complesso dovrebbe essere restaurato al fine di realizzare un “Centro della Cultura Medioevale” con museo tradizionale e virtuale” dove poter conoscere le varie realtà medievali delle Marche per poi procedere ad una visita reale su i luoghi.

Annesso al Centro Culturale, sulle aree circostanti in parte di nostra proprietà in parte della Comunanza di Vallato, si potrebbe realizzare un parco verde pubblico dove il visitatore oltre alla parte storica potrà vivere l’ambiente naturale e molto panoramico. Punto di riferimento simile a quello dell’Abbadia di Fiastra, solo cambiando ambiente: questa struttura è nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini potrebbe avere qualche punto in più. Il turismo potrebbe quindi essere di tipo locale ma anche nazionale.

Solo se riusciamo ad avviare nuove funzioni integrate nel rispetto dell’esistente la Roccacolonnalta potrà rivivere in qualche modo e proporsi per il futuro, altrimenti tornerà ad essere un mucchio di pietre e vegetazione.

Forse potrebbe anche essere meglio per lei.

9 ottobre 2015

Giuseppe Gentili