Commenti e Saggi


20. La natura contro? Noi e il clima


E’ cambiato il clima oppure si paga l’ indifferenza verso la natura con interventi che non hanno mai tenuto conto dell’ambiente? Non è il clima cambiato è che si preferisce dire questo. Nel X-XIV secolo in Inghilterra, nel cosiddetto periodo caldo medievale durato qualche centinaio di anni, si coltivava la vite perché in quel periodo storico il clima si era modificato e lì c’era un clima temperato, poi nei secoli successivi il clima si è modificato di nuovo ed è tornato il freddo e la vite non si è più coltivata. A quell’epoca l’uomo illuminista e tecnologicamente potente non era in grado di modificare il clima, eppure il clima era cambiato per conto suo, era molto più caldo dove prima non lo era. Quindi la natura ha cicli e ricicli e l’uomo influenza ben poco, il mondo fa il suo ciclo vitale a prescindere dal tempo dell’uomo. Per noi cento anni è un lungo tempo, per la vita del mondo è un lampo, quindi se condizioniamo i nostri interventi sul nostro tempo è evidente che prima o poi andiamo a sbattere. Se il letto di un torrente è asciutto da tanto tempo non è detto che primo o poi non si riempia d’acqua.

Tutti i danni e i problemi ambientali sono esclusivamente problemi causati dall’uomo tramite interventi sbagliati, speculazione, trascuratezza e incuria per la natura.

Quello che oggi a ritmi quasi frenetici ci viene fatto conoscere dai media sulle tragedie che avvengono tra uomo e ambiente, come le frane, allagamenti e disastri vari, attribuiti al cambiamento del clima causato dall’uomo e alle cosiddette bombe d’acqua, mai che vengano spiegate attraverso il processo che porta a determinate conseguenze. Non ci viene spiegato mai dai media che oltre agli interventi dell’uomo sull’uso sbagliato del territorio, sono state fatte anche leggi che sono il veicolo per simili disastri.

Varie sono le cause del dissesto ambientale: l’inurbamento, l’ industrializzazione non confrontata con l’ambiente e l’abbandono delle aree rurali. Abbandono anche della residenza nelle zone rurali, non solo l’abbandono della coltivazione agricola dei territori.

In sintesi i molti errori comportamentali possono essere così riassunti:

1) in urbanistica l’agricoltura è definita attività primaria. Invece fin dagli anni del dopoguerra è stata relegata ad attività non di interesse primario, ma ultima nelle scala sociale. Gli agricoltori, specialmente i piccoli, sono sempre stati considerati nullità sia dai mezzi di comunicazione che dalla scuola. Nessuno avrebbe detto negli anni sessanta settanta ad un giovane: da grande fai l’agricoltore. Quello che si diceva, non occorre elencarlo, era qualunque altra cosa. Le proprietà agricole nelle zone rurali, specialmente quelle di dimensione piccola che costituivano la maggioranza della superficie nazionale, hanno finito per essere abbandonate e con loro la tutela e la regimentazione delle acque pluviali che gli agricoltori, e gli abitanti delle zone rurali anche non agricoltori, quotidianamente ed ogni volta che se ne riscontrava il bisogno, provvedevano e tuttora provvedono, a canalizzare e regimentare. Deviare, pulire gli alvei ecc., attività di tutela del territorio spontanea senza bisogno di leggi. Un abitante della città se il tempo minaccia pioggia abbondante, cerca l’ombrello e esce di casa; l’abitante delle zone rurali, chi più chi meno giovani e vecchissimi, si preoccupano subito del controllo delle cunette e degli scoli che potrebbero essere chiusi dalle foglie, quindi si danno da fare per ripristinare la via di fuga dell’acqua, altrimenti potrebbero esserci problemi sulla strada, sui propri campi, nella casa, nella cantina nella capanna ecc.

2) Spopolate le campagne riempite le città, gli agricoltori che sono rimasti sono stati bersagliati da infinite normative a tutela della natura imposte da legiferatori cittadini. Era di moda e faceva molto intellettuale parlare di protezione della natura, come del resto tutt’ora, anzi forse di più, comunque senza abitarci dentro. Normative del tipo: le piante non si toccano in nessun caso ovunque esse crescano. L’inselvatichimento delle aree una volta agricole è auspicato e favorito addirittura con rimboschimenti. Gli alvei dei torrenti debbono restare al naturale per non compromettere il corretto sviluppo del microambiente fluviale sulla sponda, se crollano alberi a causa della neve o per altra causa, l’alveo non può essere ripulito, le piante cadute naturalmente non si toccano neanche all’interno del bosco ecc. ecc.

3) Ammesso che il clima sia in modificazione naturale, e la quantità di pioggia che cade oggi è maggiore di quella che cadeva nel secolo scorso, il problema è che quest’ acqua oltre a non essere controllata e canalizzata da nessuno non penetra neanche nel terreno perché le aree rurali e boschive in altissima percentuale, sono diventate impermeabili a causa: a) della mancanza di pulizia del sottobosco che una volta veniva effettuata anche se per necessità; b) perché le aree agricole rimaste incolte non assorbono acqua a causa dell’erba non falciata, realizzando così un tappeto impermeabile sia in pianura che nei terreni in pendenza; c) perchè montagna l’erba, per mancanza di taglio o di pascolo da greggi e mandrie, forma un manto impermeabile all’acqua; d) perché le zone rurali sono poco abitate e quindi nessuno controlla il fluire anche di piccoli rivoli d’acqua che poi diventano grosse quantità. L’acqua della pioggia che non penetra nel terreno si convoglia immediatamente in rivoli e ruscelletti incontrollati, fino al torrente e al fiume ed arriva al mare in tempi brevissimi ed in grande quantità. Tutti i torrenti, fiumi, e rivoletti vari non sono soggetti ad opera di manutenzione e pulizia da parte di nessuno.

5) Il torrente vicino alla mia casa scende dalla montagna e attraversa la valle, ad ogni temporale il suo livello cresce per due o tre o quattro ore, o per un giorno, poi torna a livelli minimi. Questo perché dai versanti della valle le acque arrivano al letto del torrente immediatamente durante la pioggia, non avendo la possibilità di penetrare nella terra ed alimentare gli invasi sotterranei come succedeva tanti anni fa, prima della civiltà dell’industria assoluta. Poi dagli invasi sotterranei fuoriusciva attraverso sorgenti naturali e alimentava i torrenti, attualmente quasi tutte asciutte o con scarsa portata. Negli anni cinquanta il torrente vicino alla mia casa, cresceva di livello a febbraio - marzo - aprile e manteneva la portata fino a settembre-ottobre diminuendo gradatamente; il periodo di magra era la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno. Questo perché anche dalle mie parti pochissimi sono rimasti gli agricoltori o quelli che comunque si adattano a tale attività anche se solo come lavoro secondario.

6) Il concetto della industrializzazione globale a discapito dell’agricoltura ha portato a prevedere nella pianificazione del PRG aree industriali e artigianali, in ogni Comune e sempre nelle aree pianeggianti, che di solito corrispondono alle aree di esondazione di torrenti e fiumi. Aree comode per la mobilità industriale e comode anche per le acque in esondazione. In tali aree non può che avvenire l’allagamento degli edifici industriali o residenziali proprio per la loro posizione. Decenni orsono sarebbero stati allagati i campi se ci fosse stata una inondazione, ora si allagano le opere dell’uomo. La colpa è di quelli che hanno spinto sull’industrializzazione indiscriminata (un grosso errore delle leggi urbanistiche la previsione in ogni Comune di zone industriali e o artigianali nella redazione del PRG; le migliori aree per la produzione agricola sacrificate all’ipotetico benessere industriale).

La soluzione è una sola: demolire. Demolire il costruito sbagliato, demolire il costruito e ridare spazio ai torrenti ed ai fiumi, e non costruire in luoghi non idonei; non ci sono altre alternative che possano generare sicurezza per il territorio e di conseguenza per l’uomo.

Dopodiché un modo diverso di agire:

a) Aumentare la permeabilità delle aree rurali finanziando quei terreni agricoli e non, affinché ogni anno vengano falciati e ogni tre anni vengano arati (possibilmente con obbligo degli storici traversoni che canalizzano le acque meteoriche), magari anche senza essere seminati. Favorire la ceduazione ciclica dei boschi tutti per la produzione di biomassa a fini energetici. Ripulitura dei boschi dalla legna morta e ripulitura continua degli alvei di fiumi e torrenti e rivoli di ogni dimensione dalla montagna al mare. Le popolazioni abitanti nelle aree agricole e montane non dovrebbero essere tassate per il possesso di terreni agricoli se ne curassero la manutenzione Tasse ridotte o nulle per le abitazioni in zone rurali specialmente per quelle storiche purché abitate. Abitare o mantenere la residenza nelle aree rurali anche senza essere agricoltori, diventerebbe una finalità per la manutenzione del territorio. Quanti soldi lo Stato risparmierebbe se non ci fossero emergenze naturali da coprire.

b) Sgravi fiscali fino all’annullamento per le case dei residenti che nella proprie aree montane o di pianura, controllano la rete di scolo delle acque meteoriche e ne curano la regimentazione. ( mia zia Maria, a 95 anni, ancora si allerta, se si prevede un temporale, al fine di ripulire le cunette intorno casa e facilitare lo scorrimento delle acque verso i canali di raccolta.)

c) L’Italia non è uno dei nuovi continenti abitati da qualche centinaio di anni, il nostro territorio da qualche migliaia di anni è un territorio vissuto, come si dice antropizzato, con un paesaggio costruito dall’agricoltura e fino ad oggi vincolato solo dalle leggi generate dalla coltivazione. Poter ripristinare le superfici agricole abbandonate da anni eliminando i boschi che le hanno invase nel tempo e ricostituire l’area agricola dovrebbe diventare una legge di conservazione e restauro della cultura storica agricola e del paesaggio, tale e quale al restauro e conservazione dei beni storici culturali costruiti.

E’ pensiero comune che le piante non debbono essere tagliate, invece a volte è vero il contrario. Su un pendio una pianta con le sue radici può reggere il terreno affinché questo non frani, ma può anche essere la causa della frana se la pianta è troppo grande, il peso della chioma e del tronco diventa l’innesco per la rotazione, specialmente quando il terreno è reso molle dall’eccesso di acqua piovana. La soluzione è quella di capitozzare la pianta, diciamo più correttamente potare per ridurne la dimensione affinché le radici riprendano vigore e allargandosi reggono il terreno altrimenti il peso della chioma e la dimensione del tronco specialmente con il terreno intriso di acqua costituirà l’innesco alla frana per il peso non sostenibile dalle radici. Questo concetto esteso ad un bosco piccolo o grande che sia cosa pensate che possa procurare se non una frana visto che le piante non si tagliano mai né si ripuliscono i sottoboschi. Per un cittadino il taglio di una pianta rappresenta un danno di inestimabile valore

Ottobre 2014

Giuseppe Gentili
architetto contadino